A Tortona dall’Enrico. Vent’anni dopo

Questa mattina ho ricevuto una mail con grande sorpresa, e la commozione fatica ad andare via. Ho chiesto ad Alessandro il permesso di renderla pubblica, l’ho avuto, ed eccola qui:

Buongiorno Tiziano,

Sono il fratello di Enrico Cucchi.

La volevo ringraziare innanzitutto per cosa scrisse su Enrico nel libro “Fedeli a San Siro”. Un po’ tardi è vero ma tenga conto che non riesco ancora a leggere quelle pagine senza commuovermi.

Quest’anno saranno 20 anni che Enrico è mancato. Sto chiedendo a suoi amici (calciatori ed non) di scrivere due semplici righe per ricordarlo.

L’articolo verrà pubblicato sul giornale di Tortona (ancora oggi si fermano solo quelli con la macchina rotta da Milano!!) e su vari altri giornali e siti web. Se le fa piacere ricordarlo me lo faccia sapere.

Nel ringraziarla ancora, mi auguro che forse un giorno possa incontrarla di persona per esprimerle la mia (e della mai famiglia) gratitudine.

Un abbraccio

Alessandro Cucchi

 A Enrico Cucchi, appunto, ho dedicato un capitolo di “Fedeli a San Siro”, il libro scritto con l’amico Claudio Sanfilippo e pubblicato da Mondadori, per la collana Strade Blu. Per ricordare quel grande uomo e calciatore scomparso troppo presto – sono già passati vent’anni, incredibile! – e spinto dalla grande delicatezza di una mail del tutto inaspettata, sono felice e anche orgoglioso di pubblicare quello scritto qui, ora. Nella speranza, viva, che il suo ricordo non svanisca mai, in tutti quelli che gli hanno voluto bene.

                                                                  Cucchi 

A Tortona dall’Enrico

Quando lo vidi giocare le prime volte lo dissi subito, a me stesso e agli amici d’attorno: “Questo diventerà un grande. Calciatore lo è già, per arrivare a essere grande ci vuole solo tempo”. Enrico Cucchi da Tortona aveva cominciato a tirare calci al pallone nella squadra della sua città, il Derthona, per essere poi acquistato quasi subito dal Savona (che era allenata dal suo papà, Piero, ex calciatore di buona fattura) nell’81 a soli 16 anni, e prima di arrivare solo un anno dopo all’Inter. L’esordio in maglia nerazzurra – il numero sarà quasi sempre l’8 – con la prima squadra è rimandato di soli tre anni, quando non ne ha ancora venti: il 13 gennaio 1985, Ascoli-Inter 1 a 1, prestazione che gli permette di meritarsi il primo 6,5 in pagella dalla Gazza, che per un esordiente è il minimo e il massimo se vuole continuare sulla strada tracciata fin lì. Bravo, deciso e promettente, capace come pochi giovani di quegli anni (ma non solo giovani) di giostrare con sicurezza in mezzo al campo, veloce nel coprire, buono nelle interdizioni, ottimo nelle impostazioni e tutt’altro che malaccio nelle conclusioni a rete, quando capitava. Qualità che scrissi e decantai quasi subito e – sono contento di dirlo – posso perfino accamparci un diritto di primogenitura, tanto che gli dedicai anche un po’ di articoli su Reporter, e – mi ricordo – anche il primo pezzo di ben una pagina intera che un quotidiano nazionale confezionò tutto per lui, che poi fu solo il primo di una serie. Non lunghissima, perché la carriera di calciatore non doveva esserlo poi tanto. Purtroppo.

Di lui ricordo anche un’amicizia, ma il termine è forse troppo forte, e comunque si trattava di qualcosa di assolutamente rispettoso, da parte di tutti e due. Quando ci incontravamo ad Appiano veniva a stringermi quasi timidamente la mano, e le prime volte teneva gli occhi bassi, riservato; giovane, pensavo, e purtroppo con il tempo passerà. E me lo ricordo anche l’anno dopo, quasi sempre stabilmente in prima squadra, e – sempre in quella stagione – anche in occasione di un’Inter-Real Madrid di Coppa Uefa, prima in sala stampa e poi fuori dallo stadio, in mezzo alla gente, ché quasi nessuno lo riconosceva: mica era – per dire – Altobelli! Quella volta teneva stretta in mano la maglietta viola di un avversario (se non sbaglio era quella di Valdano o forse di Salguero, autore quella sera di un’autorete di portata epocale): gli spagnoli giocarono con quella tenuta funerea e infatti persero, anche se poi si rifaranno abbondantemente al ritorno, con un 5 a 1 sonante dopo i tempi supplementari. Enrico Cucchi era di una gioia incontenibile per la partita disputata, migliore in campo forse solo dietro Tardelli (autore di due gol), e con un paio di reti mancate per un soffio (la prestazione gli valse anche una convocazione, l’unica, nell’Under 21 azzurra). Addirittura l’anno successivo, sempre contro il Real e ancora a San Siro, Cucchi segnerà anche uno dei due gol a zero con i quali i nerazzurri batterono ancora gli spagnoli, prima di andare a prendere mazzate, nel vero senso della parola, al Bernabeu: leggi biglia in testa a Bergomi, partita come minimo da annullare e rifare, invece 3 a 0 finale valido, e ancora a casa. Per lui quei mesi e quelle partite furono una sorta di canto del cigno, inaspettato come solo le conseguenze dei mali più crudeli possono esserlo.

Una delle ultime volte che lo vidi mi disse che una volta ci saremmo anche potuti incontrare nella sua città, a Tortona, che se mai ci fossi passato anche per caso sarebbe stato contento di vedermi e avremmo fatto qualcosa insieme. “Ma Enrico – gli dissi io: eravamo passati al tu, e non ebbi mai l’occasione di dimostrargli quanto ne fossi lusingato -, quando mai mi capita di venirci a Tortona, per caso?”. Si era messo a ridere: “Uno di Milano a Tortona ci passa solo per caso, magari se si rompe la macchina sull’autostrada e arrivano a prenderti con il carro attrezzi, o proprio per qualcosa di eccezionale. E allora, se ci dobbiamo incontrare lì è davvero eccezionale, no? Altrimenti, appunto, perché mai qualcuno dovrebbe andarci?”. E ci mettemmo a ridere.

Passarono gli anni da allora, ed Enrico Cucchi subì quella che poteva sembrare un’involuzione atletica – o meglio: smise di stupire e migliorare – che io non fui il solo a non capire, e prese a girovagare in qualche altra squadra – mi ricordo il Bari alla fine, ma gli annali che sono andato a scorrere dicono anche (prima) Empoli, Fiorentina, quindi ancora Inter e un’ultima stagione al Ravenna (93-94) – per poi non far più parlare di sé.

Alla fine ci andai, a Tortona, uno dei primi giorni di marzo del ’96 – ho controllato, era il 5 – e si trattava di qualcosa (aveva ragione lui) di eccezionale, perché si inaugurava la Standa del posto, completamente rifatta sulla falsariga dei nuovi concept adottati dall’azienda in quel periodo che era di trasformazione. Io lavoravo proprio alle Relazioni Esterne della Standa, e nell’occasione mi ci mandarono proprio “in servizio”: non potevo mancare. Ricordo perfettamente che mi sedetti proprio fuori quel magazzino rinnovato a fumare una sigaretta e, saranno state le dieci del mattino, mi ritornò solo allora in mente l’Enrico e il fatto che se fossi capitato lì ci saremmo magari potuti incontrare. Stavo proprio pensando che lui magari era in città, e mi domandavo anche a chi avrei potuto chiedere per raggiungerlo quando si piazzò davanti a me un attacchino comunale che prese ad affiggere un manifesto. Prima vidi che era listato a lutto, poi che il Comune e il Derthona Calcio “partecipavano al dolore…”. Strinsi gli occhi per leggere meglio e per sperare di aver letto e capito male. Sì, era proprio l’annuncio della morte di Enrico Cucchi, avvenuta il giorno prima, “stroncato da un male incurabile”. Mi ricordo anche che il dolore – grande – mi prese subito, a partire dalla bocca dello stomaco. Alla fine c’ero venuto a Tortona, e ci eravamo ritrovati, e mi venne da pensare che era successo giusto in tempo.

Quella fu la prima volta che mi capitò di pensare che avrei voluto si stendesse un velo di terra davvero lieve, sulla memoria e sul corpo di qualcuno a cui avevo voluto bene, in modo silente e senz’altro anche pudico e rispettoso negli anni. Una conoscenza da favola: bella all’inizio, e bruttissima davvero – come non si vorrebbe mai – alla fine. Ma questa è stata la mia storia con Enrico, e solo così posso raccontarla. Scrivendola adesso qui, mi sembra di fare qualcosa di giusto e addirittura di celebrarlo, rinnovando così la nostra conoscenza. Mai morta davvero, né allora né adesso.