Gioie e (invero, piccoli) dolori di un interista a Roma

Inter-Roma è ormai imminente. Da qualche anno, ogni volta che questo succede, mi viene da sorridere pensando a come ho vissuto questo appuntamento da quando mi sono – appunto – trasferito “in terra nemica”, prima proprio a Roma città e da qualche tempo in provincia. A questo vissuto dell’evento “da altra angolazione” ho dedicato un capitolo di Fedeli a San Siro, il libro scritto insieme all’amico rossonero Claudio Sanfilippo. Dalla sua uscita, di episodi compatibili con il racconto che segue se ne sono andati ad aggiungere altri che, spero presto, faranno parte di un’edizione aggiornata e arricchita del nostro lavoro editoriale, foriero di tanti commenti lusinghieri e appassionati. Del resto, il calcio e la passione che ne consegue sono pulsioni capaci di non finire mai d’aggiornarsi: per chi, come e me e Claudio, ne è cultore sempre all’erta viene naturale coglierne spunti e protagonismi e quindi riportarli per condividerne la splendida singolarità. E’ proprio vero che il calcio è il gioco più bello del mondo, ed è naturale che sia anche bellissimo scriverne per poi farlo assurgere a patrimonio comune. Come lo vogliono essere le righe qui accluse. Buona lettura! (ah: forza ragazzi, che ce la possiamo fare. Amala!)

 

All’inizio non ci facevo tanto caso, ma con il passare del tempo ho imparato a prestarci sempre più attenzione. Tutto è cominciato con qualcosa che sembrava solo sussurrato, poi i suoni si sono fatti via via meno indistinti, e quando ho deciso di venirne a capo e metterci l’orecchio sul serio sono riuscito anche a distinguere, sempre meglio, le parole. Quindi, pian piano le frasi hanno finalmente preso forma e contorni precisi: ad essere del tutto sincero, quando ho capito esattamente di cosa si trattava mi sono anche allarmato un po’. Per la cronaca, la prima volta che il tutto ha assunto toni definitivamente compiuti e comprensibili è stato di notte; ero nel dormiveglia ma non mi potevo certo sbagliare, tanto il senso dei suoni risultava chiaro: “A fijo de na mignottaaaaa!”, con la voce del gentile esternatore sovrapposta al rumore del motore di una macchina in transito veloce e accelerato sotto casa. La seconda, invece, era di sabato mattina, stessa location e stavo leggendo il giornale; anche qui nessun margine possibile di errore nell’interpretazione: “A li mortacci tuaaaa!”; esco di corsa all’esterno ma non vedo nessuno, se non il portinaio che da sotto mi dice, tentando di nascondere senza troppa convinzione un velatissimo tono di rimprovero: “Eh, dottò, succede spesso. Da quando ha messo le bandiere”. E allora, finalmente, realizzo. Va bene, lo ammetto: ci vuole coraggio per esporre due-bandieroni-due nerazzurri al balcone di un terrazzo – anche se per quel giusto defilato rispetto al piano stradale – di Roma, e a lasciarceli degli anni sperando nell’impunità eterna. Fra l’altro, a ben pensarci credo di essere praticamente l’unico pazzo ad averlo fatto da queste parti, perché nel mio errabondare (che non è da poco) per la città eterna non ne ho visto un’altro che fosse uno, di vessillo interista esposto, da nessun’altra parte. Da quel dì ci ho fatto naturalmente molta più attenzione e ho scoperto che oltre alle due citate, le altri frasi più gettonate rivolte al mio – è il caso di dirlo – indirizzo sono state: “A pezzo demmmerdaaa!”, e “Ma va ammorì ammazzato!”. Ho anche stilato una specie di statistica e ho scoperto che ad arrivare primi assoluti nell’arte declamatoria di questo particolare settore sono soggetti che si possono definire parte di una ipotetica categoria di “avventizi casuali”, cioè persone e personaggi che passano – appunto – casualmente nei paraggi, restano basiti dal mio ardire espositivo sventolante, e di conseguenza non disdegnano di farmi giungere, forti e chiari, gli estremi del pensar loro che ne consegue. L’altra categoria più gettonata, ma che si piazza subito alle spalle della succitata capolista, è quella che definirei dei “reiterati nullafacenti”, stile di vita del resto molto comune da queste parti: simpaticoni che, dopo la scoperta e il persistere del coraggio che mi contraddistingue, ritengono il mio balcone tappa obbligata di passaggio del loro girovagare quotidiano, anch’essi non disdegnando di rinnovarmi i sentimenti più vivi e vivaci della loro stima.

Naturalmente scherzo un po’, ché da quando sono a Roma per periodi (come questo) più o meno lunghi ho avuto moltissime occasioni per amare questa città e parecchi dei suoi abitanti, ma qui stiamo parlando di un altro tipo di figura, nel suo insieme: quella del tifoso giallorosso. Soggetto, peraltro, da non confondere con nessun altro tipo di aficionado di qualsiasi altra squadra, a partire da quello della Lazio: un paragone che, se adombrato in loco potrebbe tranquillamente comportare – da ambo le parti – una disputa a suon di bastonate. Perché si possa meglio comprendere quello che intendo, è importante avere ben presente che il romanista doc è impasto umano con il quale è obiettivamente difficile rapportarsi in maniera calcistica serena, soprattutto se si è – oltre che laziali, naturalmente – dichiaratamente interisti, e per di più lo si mostra con orgoglio, soprattutto da qualche anno a questa parte. Magari a ridosso o subito appresso scontri diretti fra le due squadre, oppure quando il mio amato squadrone nerazzurro ha appena conquistato un trofeo, cosa che fra l’altro ultimamente avviene quasi sempre ai danni – appunto – della “magggica”: in queste occasioni lo “sportivo” romano in questione, senza distinzione di censo, classe, fede politica o religiosa, non scherza un cazzo, e anche un’amicizia che può sembrare salda e conclamata può diventare in men che non si dica un optional all’occorrenza facilmente accantonabile.

Del resto, le stesse, assolutissimamente stesse frasi che citavo prima sono stato costretto a sentirmele urlare nelle orecchie anche tutte le volte che sono andato all’Olimpico a vedere Roma-Inter. Sia che mi trovassi comodamente assiso in Tribuna Monte Mario (che è un po’ come il primo anello di San Siro) che nella più popolare Tevere. Ben guardandomi, comunque, a violare la zona che è considerata dominio degli ultrà di casa, la Curva Sud, perché nel caso l’intollerabile e sacrilega intrusione venisse scoperta varrebbe sui due piedi a certificare un’insensata voglia di eutanasia, probabilmente subito assecondata.

Gli è, purtroppo per loro, che spesso da quel catino usciamo vittoriosi, e l’ultima eclatante volta che mi ha visto presente è stata la finale di Coppa Italia 2010, con rete fantastica di Milito più aggiunta di Mexes e Julio Sergio ad acchiappar farfalle in stato confusionale. Bene, nell’occasione, davvero per 90° minuti più recupero e intervallo, io e l’amico Marco (un altro pazzo, nerazzurro anch’esso e amante del proibito, in apposita trasferta dal Friuli; tanto per dire, lui i tifosi della Roma li chiama “peperones”, dal colore sociale giallo e rosso accostabile a quel tipo di verzura) abbiamo dovuto convivere con quegli insulti ripetuti migliaia di volte da decine di migliaia di persone a noi sedute d’attorno, indipendentemente da qualsiasi cosa accadesse sul campo. Urla scomposte attenuate solo un attimo al 40° pt, giusto in occasione (eheheh!!!) della staffilata del mio centravanti argentino, buona nel far tremare la rete giallorossa in maniera definitivamente vittoriosa. Silenzio impressionante, quello, durato però solo qualche istante perché poi le litanie poco fantasiose dedicate a mamme, parenti trapassati e apparentamenti di natura escatologica sono riprese più forti, ugualmente connotate da scarsa fantasia. Nell’occasione, io e l’amico Marco di cui sopra abbiamo fatto fatica a nascondere una gioia che – se poco accorti noi – poteva rivelarsi incontenibile e quindi perniciosissima; qualche minuto prima della fine abbiamo anche badato opportunamente ad allontanarci con discrezione – posizionandoci all’altezza del rassicurante e defilato sbocco d’uscita sovrastante – per godere della gioia dei nostri ragazzi e dell’alzata della coppa in perfetta e magnifica solitudine: spettacolo splendido! Ancora, nel defluire dallo stadio non abbiamo nemmeno mancato di fingere mestizia, incamminati com’eravamo in compagnia di migliaia di abbacchiati bardati con tristanzuola sciarpa giallorossa al collo abbandonata, e all’atto del definitivo scampato pericolo abbiamo anche festeggiato nello stesso modo, immagino, che in guerra doveva essere in uso ai militari infiltrati nelle linee nemiche al rientro in territorio non ostile: abbracciandoci gioiosi, saltellando come pazzi e dandoci dentro con i brindisi.

Per avere comunque un’idea precisa del livello della tifoseria giallorossa e romanista non si può prescindere dall’ascolto delle radio romane dedicate alla “magggica”: io ne ho contate almeno sette attualmente funzionanti. E si tratta in genere di 24 ore su 24 dedicate ad un solo e unico argomento: la Roma, naturalmente, in tutte le sue salse possibili e immaginabili, un condimento che risulterebbe del tutto indigesto a qualsiasi individuo sano di mente. Davvero, lo “stato dell’arte e del pensiero” di quel genere di personaggi si coglie come meglio non si potrebbe sintonizzandosi su quelle onde, magari quando è un argomento particolare a tenere banco. Ad esempio, non mi sono perso quasi nulla (per quanto fosse possibile, in un mio forsennato manipolìo via etere da una stazione giallorossa all’altra) il “dibbbbattito” seguito – tanto per restare in argomento – al calcione rifilato da Totti a Balotelli proprio in occasione di quella finale di Coppa Italia. Il leit motiv di quasi tutti gli interventi, da studio e via telefono, è stato che il Pupone non andava punito per il semplice fatto che “il Capitano non si tocca!”. Naturalmente, nessuno ha poi saputo spiegare in maniera convincente – almeno per me, e sarebbe così per tutti quelli come me, ne sono certo –  perché mai Totti non lo si debba toccare, tanto più dopo un atto vergognoso e assolutamente ingiustificato come quello. Allora mi sono messo d’impegno e l’ho chiesto io – “Perché mai il Capitano non si tocca?” – a tutti i romanisti che mi è capitato di incontrare per un lungo periodo a seguire. Le spiegazioni avute di rimando possono considerarsi comprese in un range di possibilità dal surreale al ridicolo, non disdegnando il comico. Si va da “Con quello che ha dato lui al calcio italiano!” a “Se l’ha fatto, si vede che era stato provocato!”, fino all’incredibile “E’ un bravo ragazzo, sempre disponibile!”, e se a questo punto aggiungevo “Anche a prendere gli altri a calci?” era come se mi dichiarassi pronto a rompere un’amicizia o una conoscenza. Ad esempio, come quella con il benzinaio romanista sotto casa che, nonostante ormai anni di conoscenza alle spalle spesso caratterizzati da opinioni calcistiche pacatamente espresse, mi ha risposto: “Ho già mannato a fanculo tre clienti della Lazio dopo che v’hanno fatto vince lo scudetto, (il riferimento è alla partita “accondiscendente “del campionato 2009-10, quella dello striscione “Oh noooooo!!!” e dello 0 a 2 per noi che di fatto ci ha spalancato la porta dell’ennesimo tricolore ai danni proprio della Roma, nda), nun c’ho nessun problema a mannà a fanculo pure te, quinni zitto o aria”. E nel suo tono di voce non ho potuto cogliere nessun accenno di venatura scherzosa, proprio no.

A dire il vero avrei potuto anche chiederlo direttamente al Pupone perché mai non lo si possa toccare: siamo quasi vicini di casa! L’ho scoperto per caso un giorno, andando nella pizzeria di zona e notando che la gente di passaggio, a piedi o in macchina, si rivolta stranamente all’insù, guardando verso l’ultimo piano del palazzo di fronte. Ho chiesto spiegazioni e mi hanno detto che lì sopra abita proprio lui e che in verità la cosa crea seri problemi perché spesso capita che per guardare in aria c’è chi va a sbattere la zucca contro i pali della luce, quando non succedono addirittura incidenti fra automobilisti distratti e con la testa fra le nuvole alla ricerca – miracolo, sarebbe! – di uno sguardo calato dall’alto da parte del massimo esempio pallonaro capitolino. Addirittura, se fossi capace di osare in maniera esagerata, la volta che al semaforo mi sono trovato affiancato al suo Ferrari, sarebbe bastato picchiettare sul finestrino, chiedere timidamente di abbassarlo e formulare il quesito: l’arcano dell’intoccabilità sarebbe stato svelato direttamente dall’intoccabile, magari a colpi di “Ahooo!”, un termine di facile comprensione che risulta essere fra i più usati e abusati del suo variegato vocabolario, come tutti ormai sappiamo. Ah, non ci si crederà ma il bolide griffato che mi sono trovato nell’occasione a fianco era incredibilmente cromato sui toni del giallorosso. Per l’esattezza: rosso con i bordi gialli, esattamente come lo è la maglia più classica della sua squadra. Sarà anche che il capitano – anzi: il Capitano – non si tocca e quindi non lo si può nemmeno criticare, ma a me è sembrata una ostentazione un tantino burinotta, e sarà stata la sorpresa della vicinanza inaspettata unita alla constatazione (personalissima) sull’opportunità o meno di pittare una macchina alla stregua di una maglietta da stadio che l’ho lasciato sgommare via veloce, in direzione Trigoria, senza io profferir parola.

Ricordo che quell’incontro fra motori di assolutamente diversissima potenza-cavalli avvenne di mattina, vigilia di un Roma-Manchester che avrebbe comportato l’ennesima eliminazione dalle coppe europee della squadra giallorossa. Oh, non vincono davvero mai, ‘sti magnoni de pajata!

 

Le bandiere al balcone ci sono sempre e ci resteranno finché rimango da queste parti, e dalla sera della finale europea di Madrid ho anche cambiato suoneria al mio telefonino: adesso quando squilla parte a tutto volume l’inno della squadra: “Amalaaaaa, pazza Inter amalaaaaa….”, e per ben tre volte ho rischiato il linciaggio sulla linea B della metro (qui non si dice metrò…), ma ne valeva assolutamente la pena. Alla faccia di chi ha buon tempo da perdere e aria – in stretto e non del tutto composto vernacolo del posto – da dare alla bocca.