Come neve al sòle

Siamo di nuovo in pieno calciomercato, e il timore che la mia Inter possa procedere ad altri acquisti da nequizia è fondato, come già tante volte in passato. Per fare un breve excursus a tal proposito, e anche per preparare e prepararci al peggio, penso sia bene accetto pubblicare qui il capitolo sull’argomento che ho scritto in occasione di “Fedeli a San Siro”, il libro scritto insieme all’amico Claudio Sanfilippo. Perché, si sa, la storia si ripete. Sempre. Buona lettura!

 

Claudio, ti ricordi quando – ci eravamo conosciuti da poco, sarà stato la fine ‘81 – mi spaccavi continuamente i maroni chiedendomi l’autografo di Fulvio Collovati (giocava ancora con voi) confidando nei miei rapporti con i colleghi che andavano regolarmente a Milanello? Beh, è arrivato il momento di dirti la verità, e lo faccio qui: quel foglio A4 che lasciai attaccato in bella mostra infilato nel tergicristallo della tua R5 parcheggiata davanti a casa nostra – una finezza, convenimmo insieme –  con su scritto: “A Claudio con tanto affetto rossonero. Fulvio” era un falso assoluto, l’avevo scritto io! Dai, non te la prendere, anche perché credo che dopo trent’anni adesso è impossibile che ti incazzi, e poi sono sicuro che quando il Fulvio poco tempo dopo si trasferì e venne a presidiare la difesa da noi –  per quanto mi riguarda e nonostante il suo curriculum d’eccellenza, ti assicuro che non lasciò segni particolarmente indelebili nella mia memoria nerazzurra: gli preferii subito Ferri – tu lo appallottolasti, quel foglietto. Di quel trasferimento mi ricordo anche che andammo a vedere insieme una partita di precampionato in notturna dell’Inter, e poco dopo l’inizio mi dicesti: “Cazzo, ma che bravo quel numero 5 vostro. Chi è?”. Io ti guardai di sottecchi e ti dissi, un po’ stupito ma a mezza voce per non infierire, di chi si trattava e tu restasti a bocca aperta, che non te lo aspettavi e poi quando sfollammo verso il parcheggio confessasti che ti era venuto da piangere.

Perché ne parlo adesso? Forse perché queste pagine rappresentano una specie di porto franco per la nostra storia, e se invece ti sei arrabbiato vuol dire che gli anni sono passati per niente, e ti avvii verso una vecchiaia bisiosa che non ne vale proprio la pena. Ma lo dico anche perché quello del passaggio da voi a noi di uno stopper – si chiamavano ancora semplicemente così, stopper: non centrale – da pochissimo campione del mondo rappresenta uno dei nostri rarissimi affari negli scambi stracittadini. Tu lo sai bene perché mi hai preso per i fondelli anni e anni ogni volta che la sòla ai nostri danni puntualmente si ripalesava, ma Collovati da noi in cambio di Canuti-Pasinato-Serena (gli ultimi due in prestito, una sorta di 3×1 da Supermercati Brianzoli dell’epoca), anche se vi è servito per tornare subito in serie A, penso sia stato un bel pacco. Velocissimo riavvolgimento del nastro: già, eravate finiti in B un’altra volta, e come diceva il grandissimo Peppino Prisco, “la prima per soldi, la seconda invece gratis”; ammetterai che su questa cosa sono scarligato via del tutto, e poi dimmi che non sono bravo eh? Diciamo che sarebbe fin troppo scontato andare avanti su questa storia, vinco facile; e poi noi dell’Inter siamo dei signori.

Dunque, tornando ai tre che vi abbiamo ammollato, su Pasinato preferisco sorvolare perché era un mio idolo con il suo correre a testa bassa sulla fascia nella speranza di riuscire a buttare dentro un cross: proprio perché prevedibilissimo mi commuoveva, tanto fosse quasi sempre inconcludente quanto di gran buona volontà; su Serena pure, poi sarebbe tornato indietro da noi e nel frattempo “si faceva le ossa” (si diceva così dei calciatori che dovevano fare esperienza e venivano mandati da qualche altra parte, in genere in squadre inferiori, quindi l’approdo suo in questo caso mi piaceva assai); l’ultimo invece era proprio l’esempio di scambio perfettamente controproducente: Canuti per Collovati, incredibile! Mi ricordo che poco tempo dopo quella compravendita io e te siamo capitati in un bar di piazzale Susa e lì c’era un tifoso milanista che tirava pugni sul tavolo e urlava: “Canuti! Proprio a noi ci doveva capitare! Por fioeu! (povero figlio in vernacolo semi-cortese lombardo, nda)”. In verità, il Nazareno – si chiamava, e si chiama, così – non era nemmeno malissimo, e soprattutto era buono a incendiare il cuore delle ragazzine che lo aspettavano all’imbocco del sottopassaggio degli spogliatoi o fuori dallo stadio (mi dicono anche che ne fosse sensibile e agisse ampiamente di conseguenza), ma la sua fortuna era di avere intorno al suo settore di competenza gente brava e attentissima nel coprirgli le magagne. Ho davanti agli occhi ancora adesso cosa era capace di fare talvolta, quando tirava fuori dal suo repertorio numeri di rudezza da categoria tali da far rimpiangere quei gran signori (nel senso di duri anche loro, ma di classe ben più sopraffina) di Guarneri e Burgnich, lui erede senza vera veste di stessi numeri sulla maglia.

Comunque, gli scambi a nostro favore finiscono praticamente qui, perché poi le cose sono decisamente cambiate del tutto, tanto da arrivare nel 2002 ad un  francamente inimmaginabile Seedorf (a voi) per Coco (a noi), per non parlare di Pirlo che era nostro scambiato tre anni più tardi con Guly: per amore di precisione, sto parlando di tale Gugliempietro, allora prelevato perché cocco di Cuper, poi rapidamente sparito da Milano anche per evitare di prendere per strada randellate da gente come me.  Cito questi pochi esempi vissuti nei “rapporti d’affari” con voi per andare poi più sul generale e affermare senza tema di smentita: noi abbiamo fatto la fortuna di un sacco di gente e di un bel numero di squadre con i bidoni che ci siamo accollati.

Merito del nostro animo bauscia? Forse. La prima volta che ho avuto sentore di una cosa del genere è stato quando ho sentito Fraizzoli, nostro presidente negli anni 70, dire che fra i tanti suoi acquisti ne aveva sbagliati solo due: Reif e Righetti. Ho così imparato in tenera età che anche i presidenti dell’Inter sbagliano, e siccome ero poco più che bambino speravo di non dovermene accorgere più avanti, ma mi sbagliavo. Tornando a quei primi testimonial dell’errore a ripetizione per tanti anni a venire, Alberto Reif me lo ricordo in un’Inter-Bologna 0 a 0, caratterizzato solo da una finta di Mazzola a smarcare Bonimba con tiro di poco alto sulla traversa, e quell’ala (giocava con il 7 sulla schiena) mi aveva impressionato solo per un calcio d’angolo a tagliare, poi più niente. Sparì poco tempo dai nostri tabellini, e il nostro presidente – una sorta di simpatico miliardario un po’ naif e simpaticamente sbruffone, come tanti cumenda meneghini dell’epoca – lo aveva comperato per due ragioni, e la prima è incredibile: perché il papà del Reif era un giornalista sportivo e  questo all’Ivanoe gli sembrava che potesse tornare utile (non sto scherzando: dichiarò proprio questo anni dopo); la seconda invece perché sua moglie, la signora Franca (che era il vero presidente-ombra) aveva “fatto le carte”, cioè i tarocchi  – le faceva a tutti quelli che dovevamo comperare – e secondo lei si trattava di un campione di rara fatta. Quindi, si trattò di un tarocco comperato grazie ai tarocchi! Di Oscar Righetti mi ricordo invece di aver ammirato in tv (era ancora in bianco e nero) solo un riscaldamento a bordo campo, mi sembra all’Olimpico contro la Lazio, nell’attesa di entrare come tredicesimo (c’era solo un calciatore in panchina per le sostituzioni, in quegli anni), ma alla fine se non sbaglio non entrò nemmeno quella volta, e mi sembra che giocò solo qualche amichevole prima di sparire non so nemmeno dove.

Fraizzoli fu anche l’artefice di un acquisto in blocco dall’Atalanta che portò da noi gente del calibro di Doldi, Magistrelli, Libera e Moro, ma solo l’ultimo – l’Adelio, genio da me amatissimo ma sempre rimasto incompiuto, e quando ve lo abbiamo venduto ha reso quasi più da voi, guarda un po’ appunto – riuscirà in qualche modo a restare nei nostri cuori mentre gli altri tre si persero in poco tempo, insieme al fiume di denaro occorso per comperarli. Ma di quel periodo mi ricordo anche sòle del calibro di Bachlechner e Juary, quindi: anche l’Ivanoe ci ha messo tanto e tanto del suo.

Al presidente successivo, Pellegrini, fra gli altri dobbiamo il merito di aver considerato Beccalossi un incapace e di averlo scaricato prima alla Samp e poi al Barletta preferendogli Hansi Muller per poi puntare decisamente su una delusione del calibro di  Vincenzino Scifo. Indimenticabili, formidabili e sesquipedali bidoni di quegli anni e di quel mandato presidenziale anche pessimi pedatori come Shalimov e Pancev, a dimostrazione che quella di Pellegrini era una presidenza con chiara propensione agli errori d’attacco, e infatti vincemmo poco più di niente per buoni dieci anni, fra l’altro beccando gol a raffica, e quindi anche la difesa non era per niente messa bene. Ma anche adesso che con Moratti siamo abituati alla bocca buona, non dovremmo dimenticarci che per arrivare dove stiamo adesso il nostro (comunque grandissimo) attuale presidente ci ha comunque regalato il piacere di godere delle gesta di alcune fra le patacche più gigantesche della storia del calcio planetario. Per curiosità, sono andato a cercare su internet, e ho scoperto che in rete esiste addirittura il sito “I bidoni dell’Inter”. E’ incredibilmente lungo, indubbiamente contiene anche errori e citazioni immeritate degne di solida ignoranza calcistica, ma io sono rimasto a bocca aperta nel ripercorrere l’elenco degli acquisti errati degli ultimi anni. Si va – solo per citare i primi che mi sono capitati davanti agli occhi – da Paulo Sosa a Farinos passando per van der Meyde, Vivas e Georgatos più almeno altri venti; a quelli citati aggiungo per personale memoria generatrice di incubi due must assoluti e da brivido del calibro di Sorondo e Brechet, che per me rappresentano una sorta di cartina di tornasole del tifoso perfetto che sa sopportare ogni dolore in attesa di tempi migliori, categoria della quale ritengo un merito fare parte anch’io. Che brividi!

In ogni caso, rispetto a questi ultimi anni,  io credo nulla valga più dell’incredibile acquisto di Vampeta, e per ricordarlo al meglio citerò ancora l’amico comune Rocco-Buro. Anzi, visto che sono in vena di confessioni, ne faccio una anche a lui, se mai ci leggessi qui. Una malefatta assolutamente sul genere della tua del Fulvio che raccontavo prima. Rocco, ascoltami: anche l’autografo di Maradona che ti ho rifilato alla vigilia del Mundial ’86 come una reliquia era un falso! (oh, così mi sono liberato anche di questo peso!). Se ben ti ricordi, Claudio, prima di trasferirsi in Sudamerica per diventare – palle all’aria da Rio e dalla sua splendida magione con vista sul Pan di Zucchero – corrispondente del Corriere per il Sudamerica, il buon Rocco iniziò la carriera giornalistica come esperto meteo a Repubblica. Non so quali siano state considerate le qualità che lo fecero svettare fra (immagino) una selva di concorrenti parimenti interessati a quell’ambitissima posizione, fatto sta che mi ricordo benissimo una domenica del gennaio ’85, poco tempo dopo quell’assunzione, con lui a casa mia quando cominciò a nevicare. Forte della sua specialità settoriale del momento, mi ricordo che si affacciò al balcone, prese al volo un fiocco di neve, lo soppesò, lo rigirò e poi profferì con aria profetica solo due parole: “Non attacca”. Bene, forse ti ricorderai che si trattò della più grande nevicata del secolo in Lombardia – quasi due metri di neve in 72 ore di precipitazione ininterrotta – e Milano rimase bloccata per dieci giorni, tanto che dovette intervenire l’esercito per liberare le strade. Dico questo perché quando fu vagheggiato l’acquisto di Vampeta da parte dell’Inter io gli scrissi una mail che lo raggiunse tosto in quel del Brasile, chiedendo ragguagli sulle caratteristiche tecniche del brasiliano in arrivo e confidando anche sulla sua imparzialità di interessato tifoso nerazzurro. Mi rispose con tre parole sole, e anche se la comunicazione si rivelava più lunga di un terzo rispetto a quella di meteorologica memoria, ne rimasi assolutamente colpito: “Vampeta è buono”, mi scrisse. Non so com’è, ma ebbi immediatamente la sensazione che si sarebbe trattato di una delle più grosse bufale in cui potevamo incorrere. Come dimostra l’avventura di quella meteora calcisticamente fetusa e rapidissimamente – per fortuna! – svanita dal nostro universo calcistico (appunto) come neve al sole, direi che non avevo assolutamente torto.