Sogno nerazzurro

Un ragazzo, alla fine dell’incontro di Salerno che si è tenuto nell’ambito della seconda edizione di Overtime, mi ha chiesto cosa significa per me essere (e perché) interisti. Mi sembra giusto ed esaustivo, allora, pubblicare qui l’ultimo capitolo di “Fedeli a San Siro”, anche a uso e consumo di chiunque voglia leggerlo. Si tratta di “Sogno nerazzurro”, ed è la chiusura del libro scritto con l’amico rossonero Claudio Sanfilippo, pubblicato da Mondadori per la la Collana “Strade Blu”. Altro, non saprei aggiungere.

 

Quelli della nostra età che hanno avuto il culo di venire al mondo in Italia, e quello ulteriore di nascere proprio a Milano, hanno quasi per forza di cose vissuto – se non erano (e quindi lo sono ancora adesso) dei pirla – una fase dell’adolescenza/giovinezza caratterizzata da quella che possiamo chiamare “militanza”. Un periodo di impegno politico che è racchiuso nel periodo che va dal ’68 al ’77, anni che ben rappresentano in maniera inequivocabile l’inizio e fine di un periodo senz’altro incredibile. Noi ci siamo conosciuti qualche tempo dopo, Claudio, ed è andata bene così: chissà se ci saremmo guardati di traverso, allora. Comunque, oltre quegli anni e oltre il loro significato non siamo andati, e già questo dice abbastanza sulla nostra intelligenza. Fra chi invece lo ha fatto c’è anche qualcuno che è arrivato alle pistole e alla clandestinità, ma una vetta così alta di così imbecillità non l’avremmo davvero mai potuta raggiungere, né io né te.

Tutto questo pistolotto per dirti che poche cose mi hanno tenuto legato a quella mia fase militante, e una di queste – neanche troppo incredibilmente – è stata il calcio. Ero un appassionato di calcio quando ero comunista e quando il comunismo è morto, lo ero da single e da sposato, e poi ancora da single, da fidanzato e poi sposato di nuovo. Lo sono stato anche nella veste di padre-a-tempo-quasi-pieno che tentava di tramandare la passione estrema ai due figli maschi (successo raggiunto solo nella metà dei casi, come ho già scritto). Vedi, tu forse mi capirai quando dico che considero il calcio una scienza esatta, una sorta di calcolo perfetto in cui la sfera, per la sua semplicità geometrica, ne rappresenta la massima espressione. Figurati che negli anni 70 lo consideravo uno sport “davvero” di sinistra. Gioco di squadra, collettivo, leader (l’allenatore) che dà la linea e tutta la squadra ad eseguire i suoi ordini, per raggiungere l’obiettivo che poi è la vittoria finale: in pratica il sol dell’avvenire e il socialismo. Con la declinazione di questa semplice teoria di comodo mi guadagnavo – in quegli anni, tanti fa – sguardi sbalorditi e schifati, ma anche pacche d’incoraggiamento, commenti ironici e complici, ma soprattutto quasi nessuno aveva voglia o coraggio di impegnarsi in discussioni defatiganti su quanto le mie idee potessero essere (facilmente) confutabili, e riuscii ad essere di sinistra e tifoso fin dalla più tenera età. Ne ho già parlato ampiamente nelle pagine addietro, ma posso ben dire di vantare una sorta di primato assoluto (e certificabile): quello di aver imposto – non senza fatica – che i giornali di quella che allora si chiamava “sinistra militante” dedicassero pagine al mio sport del cuore (ah, il cuore: più avanti ci torno…). Lo feci inizialmente sul Quotidiano dei Lavoratori, impegnandomi a scriverne in prima persona ed evitando ai colleghi “puri” di sporcarsi le mani; non se le sporcavano, però (magari senza farsi troppo vedere) mi leggevano. Fu molto più faticoso imporre agli stessi colleghi e agli amici il fatto che compravo e leggevo la Gazza, ma pian piano tutti se ne son fatti una ragione, finché è arrivato il giorno che si son messi anche loro a comprarla alla luce del sole.

Quella fase di militanza politica nella quale, come ti dicevo prima, il calcio conquistava comunque la sua bella fetta di attenzione “reale” a salire, era comunque accompagnata da una sorta di sfogo onirico sotto forma di sogno, nel quale invece il calcio era assolutamente protagonista, e tento di spiegarti meglio.

Devi sapere che allora, come quasi sempre anche oggi, io mi “accompagno” al sonno sempre con lo stesso sogno, con la stessa trama, lo stesso svolgimento. Il momento giusto è quello del dormiveglia, in cui non sai se sei già caduto nel sonno profondo o stai ancora pensando, e a occhi quasi aperti (ma sempre più cadenti) “vivi” quello che stai vedendo. La trama è naturalmente una partita di calcio, ma non una partita qualunque:  un derby Inter-Milan, guarda un po’!, proprio a San Siro. E la storia è semplice, ripetitiva: io che corro sulla fascia destra, con la maglia dell’Inter, inutilmente rincorso da qualcuno con una maglia a colori molto più stupidi, quelli rossoneri che tu ben conosci. Corro, corro e corro ancora, finché arrivo nei pressi dell’area, convergo fino al vertice della stessa e faccio partire un destro potente che si stampa sul palo, alla destra del portiere (perdona il linguaggio quasi tecnico, ma anche questo me lo dico ad occhi aperti-chiusi…). “(…) Lo stadio si infiamma, e il boato che accompagna un’azione così travolgente si spegne poi per l’occasione mancata, ma non mancano gli applausi che scrosciano copiosi, in un clima di festa e allegria, invero non abituale per una partita sempre nervosa come il derby, anche – e soprattutto – per le tifoserie (…)”. Queste ultime e rozze righe sembrano classicamente tratte da una cronaca vera di partita, sul quotidiano del giorno dopo, e me ne scuserai: come già accennato ho fatto per qualche tempo anche il reporter sportivo, e ne conosco i tempi e i modi d’espressione.

Arrivato a questo punto succede sempre che io mi chiedo, nel mio stato di semi-incoscienza, se sto sognando o se piuttosto sono immerso nella realtà, quella vera; se si tratta solo di un desiderio inutilmente covato fin da piccolo oppure del fatto di essere riuscito davvero a farla, quella sgroppata: giocare a San Siro con la ‘mia’ maglia e sbaragliare difese avversarie (e odiate) in affanno. Finalmente mi addormento: questo dubbio mi fa scivolare sereno nel sonno, fino alla mattina dopo. E quando mi sveglio mi ricordo tutto, e nei primi momenti non so ancora dare una risposta: era tutto vero oppure un’illusione?

E’ questo il momento per tornare alla realtà, e lo faccio ripartendo dalle illusioni perché proprio loro hanno dato una risposta a questo quesito ormai quasi trentennale, solo qualche tempo fa. Dunque, dopo il milleunesimo stesso sogno, appena sveglio la mattina ho cercato nella mia libreria il libro di Bach, che si chiama proprio così, “Illusioni”. Lo conosci senz’altro, e spero che ti piaccia. Io lo apprezzo molto, quasi lo amo: un misto di saggezza (anche semplice, se vogliamo) ed esoterismo, una saggia miscela di realtà e fantasia. Io con l’esoterismo ho un rapporto speciale, davvero poco materialista, come invece dovrebbe essere visto il mio imprinting comunista. Ci convivo, l’ho vissuto anche (ma questa è un’altra storia) e lo tratto con le pinze, come si fa con qualcosa di bollente che potrebbe fare molto male scottandoti. Ma quel libro, nel particolare, è quello consigliato da quella che io chiamo la mia fata, che mi ha detto – tanti anni fa – come quelle pagine avrebbero saputo darmi consiglio quando mai ne avessi avuto bisogno. Credimi: è magico davvero. Se lo cerco senza un motivo preciso, non lo trovo mai, e se invece ho bisogno di lui lo trovo proprio lì, nello stesso posto dove la volta prima era invisibile. Bene, pensando proprio alla mia improbabile cavalcata con la maglia nerazzurra che mai si è arrestata fin da quando avevo i calzoni corti, sono andato alla sua ricerca nel tentativo di darmi una spiegazione definitiva, e naturalmente l’ho trovato subito. Mi sono seduto in poltrona e ho cominciato a sfogliarlo. Romeo, il gatto di casa – giuro che è vero! – si è messo vicino a me, e nel farlo con la zampa ha schiacciato il telecomando della televisione, accendendola. Non l’ho spenta, anzi ho cominciato a guardare l’immagine dello schermo che prendeva forma, e ad ascoltare le voci che si facevano nitide: la scena mi sembrava familiare. Era lo stadio di San Siro, e davanti ad un tutto esaurito stavano giocando due squadre, le casacche fin troppo conosciute. Ma – mi son detto – il Campionato è finito, le amichevoli lontane, un derby mi si direbbe improbabile… Che cos’era, cosa stavano facendo vedere? Ci metto un po’ a capire, ma sì!, si tratta del Derby del Cuore (eccolo, il cuore…). Me ne ero dimenticato, avevo letto che c’era ma non lo guardo mai: attori, cantanti, testimonial, giornalisti, scrittori che si danno alla beneficenza affrontandosi una volta all’anno con le maglie dei colori della mia città.

Giornalisti? Scrittori? O cazzo! Il libro che ho in mano, adesso, sembra sorridermi. Illusioni, realtà? In pochi secondi mi sembra tutto chiaro. E’ logico che, nonostante una mia capacità di visione complessiva del gioco – riconosciuta da molti, peraltro, e tu sei quasi l’unico a pensare il contrario – io non abbia mai avuto davvero speranze di giocare nell’Inter – quella vera, voglio dire – quando ne avevo l’età; nonostante Pasinato (Giancarlo, indifferente numero 3 o 7, meno peggio 7: un cavallo impazzito che puntava gli avversari sempre nello stesso modo: a testa bassa, non riuscendo a superarli nove volte su dieci) fosse un mio beniamino mai avrei potuto sostituirlo sulla fascia destra per quella cavalcata immaginifica tante volte agognata; e, se proprio non c’era altro ruolo, nemmeno Brehme (Andy per tutti noi, una roccia tedesca della quale ancor oggi sentiamo la mancanza) mi avrebbe ceduto per un attimo la regia in difesa. Ma adesso sì, così si spiega come l’illusione possa diventare realtà. Basta che mi impegni un po’ per acquistare quella che nella nostra epoca viene chiamata “visibilità”, e poi chi mi potrebbe negare cinque minuti – magari anche qualcuno in più, se le gambe reggono – in un Derby nel Cuore? Chi avrebbe mai il coraggio di dire di no al sogno di un umile ma rampante giornalista-scrittore che aspetta solo di sgroppare sulla fascia prima di far partire un missile che si accontenta di colpire un palo? E soprattutto: chi potrebbe negare il realizzarsi di un momento coltivato così amorevolmente per tanti lungi anni, sinonimo di fedeltà ad una bandiera e ad una professione mancata (quella del calciatore, intendo…)? Già, chi? La risposta è semplice, penso. Solo me stesso.

Una delle cose che ho mantenuto sane, per tutta la mia vita finora, è stata la non-ricerca della visibilità (oppure la ricerca della non-visibilità, che è lo stesso ma forse rende meglio). Non ho mai pensato di dover giocoforza consumare anch’io il mio quarto d’ora di celebrità, in un’epoca in cui questa possibilità non si nega a nessuno (anche se non capisco perché non la si debba negare… Boh!). Una scelta consapevole del ruolo di defilato, insomma, che adesso cozza però contro l’impossibilità di giocare il Derby del Cuore e ripetere dal vero la parte già interpretata millanta volte comodamente sdraiato nel lettone di casa. Adesso, però, come risolvere il problema? Quante volte abbiamo sentito e detto che un uomo incapace di trasformare in realtà i suoi sogni è un mezzo-uomo, uno che non ha le palle, in una società dove contano solo quelle? E se decido di rimangiarmi uno stile di vita consolidato, da dove comincio per violentare la mia natura di uomo-non-pubblico? E allora, caro il mio bel Sanfilippo, ho deciso che noi questo libro lo dobbiamo scrivere e pubblicare, porca zozza, e da lì l’avvicinamento al prato di San Siro sarà solo questione di tempo. Mi immagino anche invitato in qualche talk show a promuovere il nostro bel tomo in uscita, e quasi sento lo squillo del telefono e la voce di Aldo Giovanni e Giacomo (giocano anche loro quella partita di beneficenza, e sono tutti e tre interisti…) che, dopo aver letto del mio desiderio, mi offrono una parte nel prossimo film, e io interpreto me stesso che racconta di questa impossibile follia. Eppoi (chessò?) roba del tipo “C’è posta per te” (posso proporre un incontro con Beccalossi per declamargli il mio amore di ieri e di oggi, e sono certo che appena si apre la busta comincio a piangere a dirotto), su su su fino ad una comparsata a “Striscia la Notizia”, dove Greggio o Bonolis (va bene uno dei due a caso, ma meglio Bonolis che è nerazzurro: quel Derby non lo manca da anni…) mi invitano formalmente a far parte dell’evento. Che ne dici? Pensa che se la và lo giochi  anche tu il Derby del Cuore, con addosso l’odiata camiseta stinta di rosso e nero…

Esagero, e ho scritto cazzate di agognata partecipazione a momenti pubblici improponibili per dare senso e corpo al tutto, ma dai: proviamoci! Cominciamo a scriverlo e a crederci davvero e ci concediamo un buon lasso di tempo per riuscire nell’impresa (moderato comunque, perché non credo di poter reggere l’impatto se rimandiamo tanto negli anni: cominciamo ad avere la nostra bella età) e mandiamo tutti quelli che non ci credono a farsi fottere, ok?

Comunque, ti prometto fin da adesso che un gol non ve lo faccio: mi accontento “di un misero legno colpito alla destra del portiere”, ci credi?

Basso profilo anche questo, ma che vuoi farci: mi accontentavo già da bambino! E poi noi dell’Inter, per natura, siamo riservati e non caciaroni come voi. Quindi, silenzio per favore, e lasciami sognare che da stasera voglio avere qualcosa di più in cui perdermi nel dormiveglia: la speranza di riuscire a vivere, scrivendo, anche nella realtà il mio sogno.

L’impossibile non esiste, amico mio.

Forse.