La (mia) Regione Lazio

Il palazzone della Regione Lazio si trova sulla sinistra verso la fine dell’infinita Cristoforo Colombo, se si intende il suo inizio dal mare di Ostia verso il centro di Roma. E’ una costruzione sghemba, a strano sviluppo elicoidale e corredata di vetro a specchi, con una specie di disco volante di cemento posto sul davanti; è stata disegnata senz’altro da un pazzo, che la leggenda vuole si sia suicidato poco dopo il termine dei lavori. E non ho alcun dubbio a crederci.

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La prima volta (era il febbraio del 2006) che mi avventurai al suo interno ne rimasi scioccato, fin quasi dall’entrata; per la precisione, a partire dagli ascensori. Mi ricordo che presi il primo a sinistra dopo la portineria e rimasi interdetto dal fatto che gli altri occupanti della cabina, dopo aver schiacciato i diversi bottoni per il trasbordo al piano, si mettessero a saltellare come dei cuccioli di canguro. Al mio sguardo sorpreso, uno degli astanti disse ad alta voce, rivolgendosi agli altri:

“Dev’essere la prima volta che viene qui!”, e tutti giù a ridere di gusto.

Imparai così che per far partire il marchingegno – sfruttando quello strano sincrono animalesco e cadenzato – era il solo modo sicuro e consolidato, altrimenti non si sarebbe mai staccato dal piano terreno. Comunque, non si trattava dell’unico inconveniente: solo così, infatti, era semplice chimera pensare di raggiungere il piano desiderato come capita quasi ovunque in situazioni analoghe, perché il buontempone meccanico si fermava dove voleva in una sorta di simpatica ruota della fortuna alla quale tutti sembrava si sottoponessero di buon grado. Tanto, il cartellino era già stato timbrato e per i più, in genere, cominciava un’altra giornata di inedia totale, in unica attesa del fischio finale della giornata. Solo gli inconsapevoli dell’inghippo – come me, le prime volte –  salivano e scendevano del tutto fiduciosi, trovandosi così quasi sempre trasportati ad un altro livello. Se si impara a prenderla bene, si può rubricare l’avventura come sorta di divertente scherzuccio spezza-monotonia, che lì ce n’è tanta, volendo fare i pignoli.

Incredibili sono anche parecchi forzati di quel palazzo. In moltissimi sono convinti di essere lì a scontare non si sa quale forma di detenzione ancorché ben remunerata, e giusto per questo non fanno nulla o quasi, al limite impegnandosi (questo sì!) a frenare le attività dei pochi volenterosi (invitati spudoratamente a rallentare il ritmo), se non passando il tempo a contare i minuti che separano dall’uscita (magari fumando come turchi nonostante il divieto apparentemente ferreo) o parlando male di tutti, meno della persona con la quale lo stanno facendo. Ci sono anche distrazioni singolari atte ad alleviare la pena, come ad esempio le alcove dedicate agli amanti clandestini, ché in un insieme di qualche migliaio di persone rappresentano quasi una conseguenza naturale dello sbattersi confuso degli ormoni che prendono corpo in assenza di altro con cui distrarsi, per esempio il dovere connesso al lavoro. Sono venuto a conoscenza di questo tipo di passatempo a luci rosse perché una volta un collega mi ha portato con sé in una specie di love tour, proprio per indicarmi le stanze che tutti conoscono essere preposte all’uopo: sono posizionate perlopiù verso i piani superiori e si animano soprattutto sul far della sera, quando il grosso della folla degli astanti – quelli sessualmente, od obbligatoriamente, in pace con sé stessi – si dirada. Quei rifugi sono considerati “luoghi sicuri”, si possono chiudere dall’interno, le luci vengono tenute basse e i mugolii restano (magari faticosamente) soffocati. Se si ha pazienza e tendenza franca a farsi i cazzi degli altri, c’è anche chi si appassiona a beccare i protagonisti al termine della piacevole fatica quotidiana (spesso, l’unica vera incombenza della giornata, ancorché piacevole) e a farne un elenco da additare – si può immaginare quanto discretamente –  al pubblico ludibrio: facile, quindi, dedurre come tutto questo alimenti proprio i pettegolezzi che, com’è ovvio, sono uno degli sport preferiti da quel circondario.

A proposito di sport (passivo naturalmente, a parte la disciplina molto gettonata della corsa veloce verso il traguardo della macchinetta del caffè) non si può evitare una citazione dedicata alla squadra di calcio della Roma, che la fa da padrona (di casa) alla grande. Di esempi sull’argomento ne potrei fare a bizzeffe, ma ne basta uno che secondo me li vale tutti. Mi è successo che, per il disbrigo di una pratica, un giorno venissi indirizzato ad un certo ufficio; ci vado, busso, e sento una voce cavernosa che mi invita ad entrare. Il locale è buio, e siccome bisogna mettere delle firme al documento che porto meco, chiedo all’occupante il favore di accendere la luce. Quello che mi si aprì davanti agli occhi era assolutamente meraviglioso: la stanza era tutta giallorossa tanto da ocupare ogni angolo del grigio-intonaco imperante, e tappezzata di sciarpe, bandiere e magliette autografate da giocatori della “Maggica”. Il trofeo più prestigioso in assoluto era rappresentato da un’immagine di Framcesco Totti posta direttamente su un altarino, ma non lo dico per scherzo: uno di quelli veri da cimitero (che mi è sembrata anche una jettatura, ma ho evitato di esternare il pensiero), con tanto di luce perenne e dedica personalizzata der Pupone vergata in favore del titolare di quelle quattro mura bicromate: ho buone ragioni per credere che da quell’evento – se è stato un vis-a-vis con il suo eroe – il tapino lì auto-recluso non si sia mai più ripreso del tutto, e le conseguenze nefaste più evidenti le vedevo tutte proprio nell’intorno.

Davanti al mio stupore per quell’arredamento singolare, la risposta del tipo è stata: “Che è, nun hai mai visto ‘na galleria dedicata a li campioni più grandi?”.

Me ne sono andato dopo una visita silenziosa e accurata di quel loculo-museo, non tralasciando di stringere la mano al suo animatore e curatore, e me ne sono poi tornato al mio piano come preso da una sorta di singolare sindrome di Stendhal.

Per quanto riguarda strettamente il mio lavoro, nel volgere di poco tempo raggiunsi abbastanza velocemente il surreale, oltretutto perché nella mia vita non avrei mai immaginato di imbattermi fra gli altri in una signora che rispondesse al nome, al cognome e ai comportamenti di tale Madonna Neri: incontrarla ha rappresentato un misto di ventura, avventura e sventura tra l’andare a spasso nel mare dell’ignoranza e il toccare con mano lo spessore del torbido. Rispetto a quest’ultimo inciso, ho imparato anche che la mancanza di moralità non è caratterizzata da un preciso colore politico, e può invece riguardare anche quello – vivace – che si è sempre considerato parte della propria (mia) storia o dei suoi dintorni, magari con poche sfumature di differenza. E’ anche così che si smette di credere al Babbo Natale dei grandi-solo-buoni e ci si sveglia disillusi, che comunque è meglio tardi che mai.

Brutta come uno scorfano, regolarmente vestita in maniera improbabile e sciatta, anche puzzolente come una cammello dopo una traversata nel deserto, Madonna Neri si fregiava impropriamente del titolo di “responsabile dell’ufficio stampa” dell’assessorato dov’ero capitato, e lo faceva affermando (contro ogni logica apparente ed evidente) di aver frequentato il liceo classico. Sosteneva addirittura di essere anche diventata giornalista professionista, pur se in età di parecchio avanzata; ho controllato negli elenchi dell’Ordine ed è risultato incredibilmente vero, ma l’esame di Stato dev’essergli servito – lautamente salariata, praticamente solo per questo – solo per passare negli anni successivi tutto il tempo sul pc a fare un giochino idiota, Montezuma, senza peraltro mai riuscire a superare il secondo livello. Del resto, era riuscita a farsi dotare di un foltissimo staff, costantemente impegnato a fare per lei tutto quello che c’era da fare: dai comunicati stampa (che dovevano essere ufficialmente opera sua) ad andarle a prendere pranzo e sigarette, passando inoltre per ogni tipo di facchinaggio intellettuale possibile. Quello dov’eravamo, Madonna lo considerava davvero e assolutamente “il suo assessorato”, cioè una sorta di feudo personale dove fare il bello e il cattivo tempo, in una situazione in cui tutte le brutture proprie dei mali dell’amministrazione pubblica parevano concentrate in un solo insieme di stanze, assessore – anzi: assessora – compresa: un personaggio – anche questa – da operetta recitata quotidianamente in vernacolo stretto, nei panni di fedele replicante di una matrona romana di borgata all’apice del fulgore. Tutto ciò, fra l’altro, in un ambito di potere assolutamente niente male, ampiamente riconosciuto e per questo ricoperto di milioni di euro a pioggia.

A milanese – mi chiamava sempre amabilmente così, prendendo in giro il mio modo di lavorare, per lei frenetico -, ce stà da scrive ‘na lettera ar Papa!”, disse un giorno.

“Beh, non è che è una cosetta da niente…”, risposi io.

Eccerto, che se era quarcosa de semplice lo chiedevo a te? Io nun saprei da che parte comincià!”.

Questo, più o meno, il succo del discorso incredibile intercorso tra me e la signora Neri, qualche tempo dopo il mio arrivo nel suo regno. Vinta la sorpresa per la sensazione di impossibilità nel poter incardinare sui giusti binari – anche se solo via pc – un colloquio franco fra quel tipo di Madonna e nientemeno che il Papa, mi ricordo che abbozzai, e poi cominciai a dettarle un testo che potesse considerarsi all’altezza della richiesta. In poche parole, si trattava di invitare caldamente, a nome dell’assessorato, il Santo Padre a visitare le periferie della Capitale, dopo che questi ne aveva stigmatizzato il degrado in un discorso tenuto il giorno prima (a seguire, naturalmente, non vi fu mai alcuna risposta da Oltretevere, e ricordo che la sorpresa per la defezione papale fu tanta e contrita: le promotrici di un così alto-altissimo momento di comunicazione erano assolutamente convinte del contrario) Dunque, alternando riferimenti adatti alla persona in questione alla quale ci si rivolgeva del tipo, appunto, “Santo Padre” ma anche “Santità”, non potevo fare a meno – per non ripetermi – di utilizzare anche quello di “Pontefice”, ma alla terza ribattuta di quest’ultimo termine non mi trattenni più e le feci cortesemente notare che si sbagliava, indicandole la terminologia corretta, e lei:

Ah, nun se scrive ponteficie con la ‘i’”? Ma che, sei sicuro? A me nun me pare…”. Questo era – papale papale, che qui come intercalare ci sta bene – il suo livello di conoscenza della nostra lingua che, anche se trattavasi della sua seconda, non era quello che propriamente si può definire un bel sentire.

Un tasso simile di analfabetismo (di ritorno? Mah…) ammetto che sia francamente difficile da credere, ma rigiro volentieri il coltello in quella piaga purulenta per narrare un altro, splendido episodio, che vede protagoniste assolute le due, a partire proprio dalla signora Neri, arrivando anche – per non farci mancare niente – financo all’assessora. Illuminante a tal proposito, oltre alla quasi innocua topica sulla correttezza della parola “alta” riferita al Papa, il discorso in viva voce che tutti noi di quell’ufficio avemmo modo di udire con le nostre orecchie, un giorno (quasi) come tutti gli altri, uno dei tanti di ordinaria e incredibile follia vissuta in quel luogo di delizie anche vernacolari. Eccolo, riportato il più fedelmente possibile.

Telefonata del mattino dell’assessora (mai in ufficio prima di mezzogiorno, salvo casi eccezionali) alla Madonna per avere ragguagli sull’attualità riportata dalla rassegna stampa del giorno:

A: “A Madò, che ce sta de ‘mportante oggi, su li ggiornali?

M: “Ma, gnente de particolare, a parte n’intervista de Goffredo”.

A: “E che c’ha da ddì, Goffredo, de novo?

M: “’N’zacco de cose, ma soprattutto che je dispiasce de lascià la presidenza der festival, visto ch’è sempre stato ‘n cinefilo”.

Momento di panico, e di silenzio prolungato, all’altro capo dell’apparecchio; poi, A:

E che vor dì? Che cazz’è ‘n’cinefilo?”

Altra pausa non meno lunga, e M:

E’ uno che je piasciono li cani”.

Parola per parola, giurin giuretta, e con me erano presenti un mare di testimoni pronti a confermare, se qualcuno (com’è normale) non ci dovesse credere.

Inframmezzata da tanti siparietti del genere, la mia avventura in quel posto è finita tre anni dopo, soprattutto in conseguenza di uno scandalo poco istituzionale che è stato capace di travolgere personaggi assolutamente apicali di quella prestigiosa assemblea. A chi nel periodo successivo mi diceva che non ci si poteva credere, io ho sempre risposto che invece sì: stando là dentro si poteva credere ciecamente a tutto, quando riusciva a veniva alla luce. E se qualcosa venisse fuori anche ora, a tanto tempo di distanza, non ne sarei affatto sorpreso.

Evaporata subito dopo anche la Neri: nessuno di noi reduci da quell’esperienza unica, ne ha saputo (quasi) più niente. Può essere però che lei sia – in quell’insieme di fantasmagorica realtà – un personaggio del tutto inventato. Si può anche pensarlo, e va bene lo stesso.

Certo è che, poi, finalmente tutti vissero felici e contenti.