In ricordo, vivido e vivo, di Massimo Troisi

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Ho anche avuto la grande fortuna, nella vita, di incontrare e intervistare Massimo Troisi. E’ successo al Teatro Tenda di Roma, nel ’78. In scena c’era la loro “Smorfia”, e dopo lo spettacolo sono andato nei camerini – con il fratello di penna e di vita Marco Mele – a incontrare quei tre splendidi protagonisti, che ancora non conosceva quasi nessuno. Oltre a lui c’erano Lello Arena e Enzo Decaro: un gruppo di comici e soprattutto amici che metteva in scena sketch incredibili in stretto dialetto napoletano: qualcosa di talmente bello e unico da lasciare tutti a bocca aperta. Era facile immaginare un avvenire radioso per loro, e sopratutto per lui, Troisi. Mi ricordo come se fosse adesso la bellezza e dolcezza del suo sorriso, la disponibilità totale e l’incredulità (quasi) che qualcuno volesse scrivere di loro: erano proprio all’inizio, sì. Lo feci, naturalmente, e quello è stato uno degli articoli più belli mai scritti per il Quotidiano dei Lavoratori: non solo una recensione, ma anche la gioia che mi traspariva dalle righe per essere stato fra i primi ad aver “scoperto” qualcosa di prezioso. Me lo ricordo così, quel grand’uomo: appunto mentre sorride felice, e alla fine ci abbraccia pure. Da allora sono passati trentasei anni, e venti dalla sua incredibile scomparsa: ma ogni volta che ci penso (e in questi giorni mi capita spesso) è come se fosse ancora qui: nei miei ricordi, ma vivido, vero e vivo.