Una “Grande Bellezza” anche molto triste, che mi parte da tanto lontano

La vittoria agli Oscar de “La Grande Bellezza” e il trionfo cinematografico di quella che si può definire la fine miserabile del senso etico (ed estetico) nazionale parte molto da lontano, per me. E mi spiego.

Ho letto recentemente che in un momento topico del film Isabella Ferrari – che nell’occasione interpreta una signora benestante del nord -, alla domanda su cosa faccia nella vita risponde, a favor di telecamera: “Io sono ricca”. Mi sono allora ricordato – eh, sì! – una puntata di “Chissà chi lo sa” più o meno quarant’anni fa, se non qualcuno di più. Penso che tutti i “ragazzi” della mia generazione si ricordino di quella trasmissione: andava in onda al sabato pomeriggio ed era presentata d Febo Conti (un personaggio mitico, per quell’epoca) nel contenitore della “Tv dei ragazzi” (appunto); due squadre di studenti delle medie di diversi paesi e città si sfidavano su vari argomenti del sapere scolastico di quell’età. Poi, la sorpresa era anche che fra un turno di domande e l’altro arrivassero intermezzi musicali inaspettati e di altissimo livello, di quelli che insieme a tutti il resto che ribolliva nella nostra pentola avrebbero cambiato usi e costumi del Paese: mi ricordo i Rokes, Caterina Caselli, l’Equipe 84, Lucio Battisti e tanti altri da non lasciare escluso nessuno, per arrivare addirittura (sì!) ai Beatles, pensa te! (ma questo è un altro discorso, o quasi).

Ce l’ho scolpito nella mente e nel cuore, per una serie di ragioni, quell’appuntamento. Mi ricordo, ad esempio, la squadra dei ragazzi di una cittadina in provincia di Sondrio, che infatti divennero per noi famosi come i “Magnifici Sette di Valmadrera” (unendo così nell’onore anche uno dei film di cow-boy più famoso di sempre, e celeberrimo allora), e anche gli altrettanto bravi studenti di una cittadina del sud, Sciacca: si volevano così azzerare i punti geograficamente più estremi del nostro Paese, sperando in una uguaglianza del sapere trasversale e di pari opportunità da raggiungere; purtroppo mai realizzata, e anzi venuta sempre meno negli anni a seguire. Quello che più ricordo, però, fu una puntata del tutto particolare, che seguii con grande attenzione perché ad essere in gara era una scuola media della cittadina di nascita di mia madre, Montagnana, in provincia di Padova. Ero piacevolmente sorpreso che un pezzo delle mie origini fosse “in televisione”, e non me ne persi un fotogramma. Il culmine lo raggiunsi quando Febo Conti, nel presentare i due contendenti, si rivolse proprio alla caposquadra della media di Montagnana chiedendole cosa avrebbe voluto fare da grande, e lei rispose: “Vivrò di rendita”. La risposta scatenò l’ilarità dei presenti, e anche un corposo battimani, ma io restai basito. Vivevo faticosamente quel periodo con la mia famiglia, sulla mia pelle erano già evidenti tutti i segni delle difficoltà lavorative di mio padre che non facevano presagire niente di buono per il futuro, periodo che si presentava assolutamente oscuro e carico di difficoltà, come poi effettivamente fu per lunghissimo tempo. Le poche parole di quella bambinella viziata mi colpirono come uno schiaffo violento, mi sembrarono un insulto a tutto tondo; anche se ero ancora poco più che un bambino provai disgusto per il fatto che qualcuno potesse mai rispondere in quel modo così volgare e offensivo.

Quella risposta non mi ha mai abbandonato, e mi è appunto tornata improvvisamente a galla leggendo quello che la Ferrari risponde nell’opera di Sorrentino. Voglio pensare che “la benestante signora del nord” (dove si trova il Veneto, e Montagnana) del film sia proprio quella ragazza di quel “Chissà chi lo sa”, capace poi davvero di coronare il suo facile sogno e di non fare niente nella vita, tanto da avere le carte in regola per rispondere uguale uguale a tanti anni di distanza in un film che ne celebra perfettamente la figura da parassita.

Fosse già esistita la figura del sociologo (magari c’era, ma non lo so) con aggiunte arti innate di notevole preveggenza, guardando quella puntata de “La Tv dei ragazzi” qualcuno di illuminato avrebbe potuto intuire verso quale destino triste eravamo già destinati ad andare incontro. Quindi, se adeguatamente dotati di anticorpi, “La Grande Bellezza” non avrebbe stupito così tanto adesso molti di noi, ma avrebbe invece rappresentato una conferma delle logiche conseguenze del nostro collettivo andare verso il nulla, fin da allora.

Se poi si tratta anche di un grande film, potrò dirlo solo dopo averlo visto: finora l’ho evitato coscientemente, ma credo di non poter rimandare oltre. Credo sia “maturo”, quel momento, giusto come lo siamo diventati noi. Forse? Anche troppo? Ci culliamo nel ricordo del bambino che c’è in noi? Chissà chi lo sa, davvero…