Siamo tutti niguardesi

Tristemente, se n’è andato – e non poteva essere che così, viste le terribili ferite subite – anche Daniele, il secondo ragazzo massacrato nella folle mattanza di Niguarda. Non è difficile immaginare che succederà la stessa cosa anche alla terza vittima, quella più duramente colpita da un ragazzo disperato e fuori di testa e ancora in lotta fra la vita e la morte: il pensionato di 64 anni che portava a spasso il cane, a pochi passi da quella che era la mia casa in via Grivola, in uno scenario di caseggiati e giardinetti che ho ben chiaro e nitido davanti agli occhi anche se manco dal quartiere da tanti anni, e ci torno di rado. Lo immagino già spacciato, pover’uomo, perché le cronache che dicono ci fosse “materia cerebrale” sul marciapiede me lo fanno dare per certo, oltre che quasi auspicare visto che era rimasto solo dopo la morte della moglie, avvenuta un anno fa: diciamocelo, chi mai potrebbe occuparsi di lui invalido permanente, in maniera umana e completa, in questo nostro mondo che strepita a capocchia di solidarietà, e se ne dimentica il giorno stesso che nessuno più ne parla?

Riprendo ed allargo un altro post, scritto di getto qualche ora fa (a freddo, ma anche tanto a caldo) appena compresa la reale portata di questa tragedia. E lo faccio per ribadire quanto sia davvero strano il rapporto che si vive con le notizie di cronaca, soprattutto nera, nel caso in questione nerissima. Sono vicende che avvincono, inizialmente ti lasciano inchiodato alla televisione e poi pian piano finiscono con lo svanire, velocemente e di pari passo con lo spazio che trovano sui giornali, ad ogni edizione che segue più esiguo e ridotto, anche se in questi caso – visto la scia di disgrazia immensa che sembra non finire nel volgere di poche ore – forse continueranno a tenere banco e ad obbligare a riflessioni più serie. Quest’opera di rimozione collettiva di solito avviene regolarmente e quasi con sollievo, ché non ci si può “fermare” più di tanto sopra perché vita incalzante urge, anche se non si sa bene verso dove e per che cosa. Tutto ciò avviene a meno che i luoghi, le persone e gli spazi che irrompono in maniera così violenta e sanguinolenta  sulla scena non siano anche quelli che fanno o hanno fatto parte della tua vita. Per me è così, questa volta (più delle altre, visto che comunque proprio questo tipo di cronaca da vivere e narrare è stato ed è in parte il mio lavoro) perché – appunto – Niguarda è il quartiere dove sono nato e cresciuto fino all’età “della ragione” e anche oltre, ma non solo: il ragazzo ucciso abitava nel cortile della mia famiglia dove ho giocato e corso e dove ho memoria e ancora amici, e il bar dove lui è caduto era quello dove si andava a giocare al calciobalilla con i coetanei di sempre, la via è la stessa dove si trova a pochi metri e di fronte la casa del pensionato adesso in fin di vita, il percorso compiuto dal ragazzo ghanese è lo stesso che ho fatto per anni girando in tondo nelle strade che sono quelle obbligate da fare a piedi in quell’intorno, e il punto dove è caduto Daniele poche ore prima di morire a portare i giornali per compiere un lavoro malpagato si trova esattamente di fronte alla latteria che era anche il luogo di ritrovo dei compagni della “nostra” sinistra quando si partiva per andare tutti insieme alle manifestazioni in centro.

E i volti delle persone, intervistati dalle tv o semplicemente inquadrati dalle telecamere sono quelli che fanno parte della mia storia, ancora oggi, a tanti anni di distanza. Anche se solo logisticamente lontano mi sento invece vicino a tutta quella gente, a quelle vie, ai caduti, alle vittime e anche al giovane nero che ha compiuto quel terrificante scempio (lo chiamo così, come vuole si debba giustamente fare il nostro ministro per l’immigrazione), che per portarlo a termine deve aver sopportato un carico di frustrazione e disperazione tali rispetto ai quali dovremmo tutti porci delle domande, e sono certo che le risposte non sarebbero facili (o lo sarebbero troppo, per menti e convinzioni diversissime dalle mie).

Aggiungo che mi dispiace tantissimo di non poter essere stato sul posto, domenica mattina, ad accogliere Borghezio come del resto merita ogni volta che mette il suo naso schiumante fumi di rabbia fuori dalla fogna dove dovrebbe sempre stare. Il giusto comitato d’accoglienza lo hanno comunque messo in piedi in un batter d’occhi lo stesso in tanti miei concittadini di quartiere, e nella giustezza dei modi; fra loro c’era anche mia sorella – e ne sono orgoglioso -, nel migliore stile e tradizione di famiglia. Penso che oggi dovremmo sentirci tutti niguardesi, come mi sento senz’altro anch’io, a pieno titolo. Naturalmente, e per sempre,da domenica con tante ragioni in più per sentirmelo marchiato addosso, a sangue e sulla pelle.