Eh sì, fui senz’altro immobile (5 maggio 2002)


Un cugino rossonerastro, stamattina, mi ha ricordato la portata nefasta di questa data. Per elaborare ulteriormente un lutto – in effetti quasi impossibile da superare – ho deciso di pubblicare il capitolo di “Fedeli a San Siro”  – il libro scritto insieme all’amico (anch’esso tinto di colori insopportabili ) Claudio Sanfilippo – dedicato a quella giornata terribile.Questo, anche a dimostrazione del mio interismo, peraltro condiviso da milioni di altri pazzi come me, usi ad “amarla, qualche volta goderla. spesso a soffrirne. Da DNA incancellabile. Buona lettura.

 

Ci sono date che restano nella memoria come frustate. Per noi interisti ce n’è una in particolare che riveste addirittura sofferenze, toni, suoni e segni quasi pari alla staffilata di un nerbo di bue, e parlo di quella di domenica 5 maggio 2002. Anche se poi, negli anni a venire, verranno altri giorni sempre di maggio da dedicare in maniera imperitura alla nostra gloria pedatoria – penso soprattutto a quelli del recente 2010 – faccio lo stesso fatica a tornarci sopra, tantomeno per scherzarci. Ma siccome non si può parlare solo  di momenti di calcio felicemente irripetibili e di immagini positive del nostro amato sport che possono valere una vita, son qui anche a dimostrare che l’essere nerazzurri è condizione tutta d’un pezzo. Eh, sì: forse ho già avuto occasione di dirlo, ma se “teniamo all’Inter” vuol dire che siamo forgiati e pronti a tutto, anche ad affrontare le delusioni più cocenti senza aver remore nel metterle nero su bianco: fra l’altro due colori, questi, che accostati mi risultano calcisticamente insopportabili, e nel rimembrare l’evento in questione ancora di più.

Per rinfrescare un po’ la memoria, soprattutto a me che nello specifico ho particolarmente badato per quanto possibile a resettarla fin da allora, ricorderò che si era all’ultima giornata di quel campionato. Giocavamo a Roma contro (“contro” non doveva essere la parola giusta, visto che si dava per scontato il biscottone) la Lazio, e in classifica eravamo un punto davanti alla Juventus e due sulla Roma. Il nostro allenatore era Cuper (che non lo sarà più da subito dopo), nell’undici titolare c’era un talentino mica male a nome Ronaldo (non Cristiano Ronaldo: lui lo immagino poco più che bimbetto ancora giocosamente impegnato su campetti di terra battuta, da qualche parte della provincia portoghese) e in attacco con lui a fare reparto  – tralasciando Recoba, che meriterebbe un capitolo a parte sulla soddisfazione inespressa – c’era Bobo Vieri: un tandem di valore mondiale assoluto e devastante. Altri (più o meno) campioni a formare la squadra avrò occasione di nominare più avanti, ma in campo a Roma fra noi non mancavano nemmeno nesci assoluti che da lì a poco sarebbero diventati illustri, e non in positivo. Non mancava l’esempio al contrario: sono andato a riguardare il tabellino, e ho scoperto che in panchina (insieme a “colleghi” del calibro, udite!, di Sorondo) avevamo commesso il sacrilegio di farvi accomodare addirittura Clarence Seedorf, che per il doppio smacco (il duro della panca invece che l’erbetta soffice dell’Olimpico, e lo scudetto mancato) se la svignerà al volo sull’altra sponda, e non si può certo dargli torto.

Del resto, se solo fossi stato attento a cogliere i segni divini che quel dì maledetto non mancavano certo, me ne sarei stato bello tappato in casa aspettandomi anche il peggio, forse avendo però il tempo di farmene una ragione in anticipo e solitudine. Magari, sarei riuscito a  ricominciare la vita dal giorno dopo con spirito ben diverso da quello funesto che invece mi sono tenuto fra capo e collo per un bel po’ di tempo di lì a venire, come una legnata difficile da assorbire.

Era una giornata di sole, che a Milano volgerà però ben presto  al nuvoloso più o meno verso il fischio di chiusura di quei 90 più recupero da brivido (e se non è un segno del buon Dio questo…), tante e troppe le bandiere nerazzurre per la strada fin dalla prima mattina a partire dal bar sotto casa, sciocchi i proclami di vittoria certa ancor prima di giocare la partita. In più c’era da aggiungere la storiella che la Lazio ci avrebbe fatto vincere, che tanto come club “siamo gemellati”. Già ho avuto i miei bei problemi con una semplice sorella (per fortuna risolti nel tempo, ma ce n’è voluta…), figurarsi come potrei averne con i gemelli, fra l’altro basati a seicento chilometri di distanza!

Sarebbe stato anche il debutto allo scudetto per quella che di lì a poco diventerà mia moglie (per le soddisfazioni con la nuova casacca immaginariamente giusto da allora indossata avrà comunque modo di rifarsi con il tempo), neo-interista per conversione d’amore (viene da Roma e il calcio non lo bazzicava troppo, prima) ma da quasi subito convinta e accesa come se lo fosse dal primo vagito; a completare l’allegra (per troppo poco) compagnia il Bruno e la Emi, che – per dire – se capita loro di farsi un graffio anche leggero ne fuoriesce sangue con i toni della doppia cromatura tanto amata.

Per vedere la partita si sceglie – in verità, la sceglie il Bruno, e viste le conseguenze sarà la prima e unica volta in quel posto, ça va sans dire – una location sorprendente come il Golf Club di Tolcinasco, e già qui si poteva cogliere netta la sensazione che sarebbe girata male. Il ritrovo in questione è alle porte di Milano verso il pavese, e dal punto di vista scaramantico era senz’altro da considerare improbabile come dimora adatta per un’esibizione dell’Inter per la semplice e insormontabile ragione che a quei tempi era struttura di proprietà del fratello del presidente dei rossonerastri, e di conseguenza anche abbondante covo di quella mala pasta. Tralascio il fatto che è ben altra cosa vedere una partita decisiva in una comoda room con ampia vetrata ai bordi di un green piuttosto che direttamente in curva o in un salotto amico, ma l’esperienza poteva (poteva!) anche rivelarsi positiva, se solo tutto fosse finito bene. Sorvolo anche sul fatto che l’ambiente non era certo dei più consoni per lasciarsi andare (come avremmo sperato se ce ne fosse stata occasione) ad esultare come  invasati scudettati ebbri di gioia da manuale del tifoso-tipo, ma siccome non mi ero recato fin lì per ricavarne un’analisi sociologica – del luogo ma anche dei suoi frequentatori, e qualcosa da dire ce l’avrei: in fondo, sono rimasto un prodotto del proletariato più marcato – ho lasciato perdere e dato libero sfogo ai miei pensieri. Per capirci, quelli che di solito mi avvicinano alle partite più importanti, sempre gli stessi: speriamo che queste due ore passino in fretta, vediamo di non fare come al solito che si soffre fino alla fine, la chiave è tenere in mano il pallino della partita e non lasciare più di tanto spazio agli altri che sennò ci fottiamo con le nostre mani come al solito (sì, i filotti vincenti erano parecchio passati e altrettanto lì da venire). Invece, no: il tempo passerà al rallentatore e non in fretta, la biglia la terremo fra i piedi al massimo per mezz’ora (ma in ampia condivisione) e poi lo spazio lo lasceremo tutto all’altra squadra, tanto che così l’autofotterci diventerà la logica conseguenza del patatrac.

Per sparigliare un po’ le carte dei ricordi inizio la cronaca personale dalla fine del primo tempo, che poi avevo netta la sensazione fosse già la fine di tutto. Infatti, i primi 45 erano finiti 2 a 2, ma chissà com’è tutti noi (e quelli della stessa fede che ho sentito dopo) erano dell’idea che la partita era già persa, irrimediabilmente persa, e che la ripresa lo avrebbe certificato alla grande, come poi effettivamente è stato. Tornando all’inizio, dopo poco minuti segna per noi Vieri da calcio d’angolo, e nell’occasione Peruzzi (che fra l’altro è un ex con buoni ricordi della permanenza nelle nostre file) fa una torsione ridicola per lasciar passare il pallone alle sue spalle: l’impressione è surreale, quella di una recita comica però destinata (appunto) a far da prologo ad un atto finale tutto ancora da scrivere. Per la Lazio pareggia quasi subito di lì a poco Poborsky, a seguire ci riporta di nuovo in vantaggio di nuovo Di Biagio, ma a questo punto avviene l’incredibile. Allo scadere del tempo, un nostro difensore assolutamente anonimo che risponde al cognome di Gresko (incapace di far mai notare la sua presenza in squadra, purtroppo solo fino a quel momento), nell’atto di appoggiare all’indietro col suo crapone rosso serve invece proprio ancora  Poborsky che intercetta al volo e mette di nuovo la palla nel sacco precedendo un incredulo Toldo. E’ un gelo assoluto: in campo, sugli spalti e dai televisori per ogni nerazzurro in visione, tutti increduli e immobili proprio come lo era Napoleone nella poesia a lui dedicata appena defunto dal Manzoni, in occasione di un altro 5 maggio, sicuramente meno funesto – la storia e la poesia ci perdonino! – per gli interisti di tutto il globo. E sì, anch’io come il generale corso fui in quel momento “immobile”, lo ero “siccome” presagivo perfettamente lo scempio che era appena lì da venire, e il respiro mi si strozzava in gola, per fortuna non “mortal” ma senz’altro bastante per farmi restare in apnea e con gli occhi sbarrati fino alla fine della partita.

Al ritorno in campo, per la ripresa  a chiudere i conti ci hanno pensato quasi controvoglia prima Diego Simeone (un altro ex, meno predisposto a ricordi felici verso di noi) e poi Simone Inzaghi, che non mi sovviene se abbia più segnato altre reti nella lunga e appena onesta carriera che aveva ancora davanti, ma senz’altro esagero. Non servirà a niente l’ingresso di un Dalmat che le cronache di allora definiscono “vivace” (vivace? Dalmat?) nello scendere in campo per l’improbo compito a sostituzione di uno “spento” (spento? quando mai?) Sergio Conçeicao, di trottolino Emre (sì, lo chiamavano proprio così: trottolino, e lo era sempre  e solo, inutilmente, su se stesso) in luogo di un Cristiano Zanetti fino a quel momento “avulso” (il termine è centrato, ma andava bene anche confuso) e nemmeno quello di un “volenteroso” Kallon che va a rilevare proprio Ronaldo: il suo pianto poi in panchina diventerà l’emblema perfetto della disfatta, e praticamente proprio da quel momento oltre alla partita perderemo anche lui per sempre. Lacrime copiose, come quelle di Materazzi all’uscita dal campo che, incredulo, chiede anche ai giocatori laziali senza nemmeno provare a coprirsi la bocca: “Perché ci avete fatto questo?”. Secondo me, a parte l’autore della doppietta che comunque non lo spiegherà mai, non lo sanno nemmeno loro. Ma dev’essere successo senz’altro così: quando a Poborsky hanno detto che doveva lasciar perdere e non giocare l’incontro come se fosse alla morte forse hanno usato termini italiani complessi a lui sconosciuti, quindi è andato in campo per fare semplicemente il suo dovere. Se in quei momenti non fossi stato del tutto obnubilato l’avrei preso certamente come atteggiamento da non censurare, invece mi sono scoperto nell’insultarlo senza remore salvo pentirmene sinceramente poi, a mente fredda: quando ti scuciono uno scudetto che già davi quasi per certo bello fisso e appuntato sul petto, per favore si capisca che forse ci sta. Resta comunque il fatto, inconfutabile, che davvero non capirò mai come si possa perdere una partita 21 contro 1. Dei nostri, gli unici che alla fine mi son sembrati rimanere solidi nonostante la mazzata erano Cordoba e il Capitano: non può essere un caso se sono rimasti praticamente i soli in squadra anche oggi da allora, e per tanta pazienza e attaccamento alla maglia qualche soddisfazione sono riusciti alla fin fine a prendersela. La tortura finisce dunque 2 a 4, la Juve che vince a Udine 2 a 0 diventa Campione d’Italia, e addirittura la Roma batte i granata a Torino e noi si finisce il campionato terzi, costretti anche ai preliminari di Champions: tutto il peggio che poteva capitare, niente di meno.

Vratislav Gresko e Karel Poborsky – che son certo nemmeno loro mai dimenticheranno la domenica del 5 maggio 2002 – da quel giorno sono praticamente spariti dalle cronache sportive italiane, quindi qualche notizia su di loro sono andata a cercarla io: così, per diletto e conoscenza personale. Il primo, slovacco, credo senza nemmeno aver l’ardire di presentarsi ad Appiano per svuotare l’armadietto, viene spedito in tutta fretta a Parma dove l’anno dopo giocherà solo cinque partite; ceduto poi in Inghilterra al Blackburn, si rompe il legamento crociato del ginocchio e, dopo un passaggio al Norimberga, approda di nuovo al Bayer Leverkusen (la squadra che lo aveva lanciato) dove ha chiuso la carriera nel 2009. Per dovere d’informazione aggiungerò che lo avevamo pagato ben 14 miliardi di vecchie lire in pratica solo perché ci giocasse contro nel momento decisivo, quello che lo innalzerà ai fasti della celebrità calcistica nel modo in cui avremmo assolutamente voluto farne volentieri a meno. Il ceco Poborsky la mattina immediatamente successiva a quella tragica domenica partì a razzo per Praga in macchina, almeno così narra la leggenda. Si dice che fu costretto a precipitosa fuga per evitare guai grossi con i tifosi della sua squadra. Di fatto, oltre a non far vincere lo scudetto all’Inter, aveva consegnato il secondo posto in campionato alla Roma: autogol intollerabile, da quelle parti. Rientrato da svincolato nei confini amici si accaserà con lo Sparta, con la quale vincerà poi due scudetti nazionali; ha chiuso la carriera nel 2007, là dove l’aveva cominciata, nella Dynamo České Budějovice, squadra della quale è anche proprietario. Uno slovacco e un ceco. Non so perché, ma li immagino come una sorta di coppia di agenti segreti-atleti venuti da una cortina di ferro che ormai non c’era più – la scissione della Cecoslovacchia in due distinti Stati, quelli dei nostri eroi, risale a qualche anno prima, il 1993 – per compiere una missione quasi impossibile di alto complotto calcistico. Se è così, ci sono riusciti in pieno, anche se non so immaginare chi mai potrebbe averlo commissionato. Ma mi piace pensarlo comunque, anche perché a noi vecchi dietrologi i complotti piacciono un casino, e fra l’altro sollevano la coscienza e aiutano nelle rimozioni.

Da allora, in quel Golf Club del Diavolo ci sono tornato solo un paio di volte, in orario ben lontano da quello delle partite, e solo perché gli amici dei soci – il Bruno continua ad esserlo, invece di aver bruciato seduta stante la tessera e darsi alla ricerca di altri lidi ugualmente esclusivi ma meno portatori di imprinting destruenti – possono cenare come in un ristorante impreziosito di stelle e forchette da gourmet al prezzo di un trani di periferia: qualche volte ci sono logiche che mi sfuggono, ma me ne sono fatta una ragione ormai da tempo.

Nel ritorno a casa ho di nuovo incrociato quelle frotte di interisti silenti visti prima del disastro, compresi quelli davanti al bar sotto casa che la mattina già sventolavano le bandiere. Avevano lo sguardo basso, gli occhi lucidi e le bandiere arrotolate. Nel calcio, quando capitano momenti di delusione del genere (figurarsi quelli di dolore!) le bandiere della propria squadra si arrotolano in fretta e quasi furtivamente, come a togliere silenziosamente il disturbo. Niente impedisce, però, di dispiegarle ancora appena scatta la preparazione estiva alla prossima stagione, ché tutto ricomincia daccapo. E’ capitato di lì a poche settimane anche quella volta, e quel maledetto 5 maggio dell’anno di grazia 2002, noi devoti nerazzurri abbiamo provato ad archiviarlo in fretta e a metterci una pietra sopra. Devo ammetterlo, però: senza mai riuscirci del tutto.