La Pizza di Pasqua

 

Qualche giorno fa, a casa nostra, è andato in scena la rappresentazione “La Pizza di Pasqua”.

Non sono previste repliche.

 

Prologo

Igea aveva più volte manifestato l’intenzione di voler preparare la pizza di Pasqua – una tradizione d’eccellenza laziale, soprattutto sabina – ma “le zie” (depositarie dell’antica ricetta) avevano sempre fatto orecchie da mercante, nel corso degli anni. Viste però le insistenze reiterate e particolarmente accorate con l’approssimarsi della prossima festività stavolta queste non hanno più potuto esimersi, e alla fine hanno ceduto: il loro “sapere” sarebbe finalmente stato messo a disposizione di mia moglie, che non le pareva di averla avuta vinta. I preparativi sono stati precisi e dettagliati: per una perfetta riuscita dell’impresa niente dev’essere lasciato al caso e tutto deve funzionare come un orologio, pena la malriuscita del prodotto. Dopo qualche lezione e decine di raccomandazioni impartite telefonicamente Igea si è detta pronta, e l’operazione ha preso il via.

 

Scena prima

La sveglia è suonata presto, alle 6 in punto: era quella l’ora che doveva essere d’avvio per il tutto (c’è anche chi si alza alle 4 per questo rito, ma una levataccia del genere dev’essere sembrata troppo per dei novizi, e ci è stata risparmiata) con il primo impasto al quale deve seguire la prima lievitazione. Igea è scattata giù dal letto come una molla perché (mi ha detto) avrebbe di lì a poco telefonato la prima zia, Filomena, per sapere se la prima fase era stata rispettata; infatti, il telefono ha squillato al momento previsto, come da controllo a distanza preannunciato. Professoressa e apprendista, via cornetta, mi sono sembrate soddisfatte (a quel punto mi ero alzato anch’io, non mi potevo più perdere lo spettacolo) e allora si poteva continuare: Igea ha controllato l’impasto praticamente ogni quarto d’ora, e la vedevo gongolante gonfiarsi di pari passo con la massa giallognola che non smetteva di occhieggiare. Tutto questo finché proprio Filomena non è arrivata da noi, apposta da Roma: saranno state le 10 e mezza, e a quel punto sul palco – io spettatore – erano in due, e non lo avrebbero mollato più, fin (quasi, Filomena) alla fine. Anzi in tre, perché è arrivata anche Olga, mia suocera, che ci ha messo un po’ a cogliere il senso del casino in corso, e poi se l’è dimenticato per ricordarselo più volte nel corso della giornata grazie al nostro ripeterglielo: ha pur sempre quasi 93 anni e la memoria ballerina, e la si scusa (per chiarire, Filomena e le altre zie in arrivo sono cugine di Olga: meglio spiegare, ché si rischia di perdere il quadro d’insieme, e invece così risulta più comprensibile). Filomena ci ha messo del suo, per arricchire l’impasto: un insieme di liquori e altro che non ho ben capito fino in fondo di cosa si trattasse, e va bene così. Verso le 11 e mezza ha chiamato un’altra zia, Milena; saputo del vero e proprio consiglio di guerra gastronomico-familiare in corso, lei che è anch’essa una santona del tipo di pizza in questione, ha deciso che non poteva mancare e così sono andato tosto a prenderla, ben contento: i protagonisti sarebbero aumentati, per la gioia di noi (io) in platea. In tre – con Olga a distanza ma anch’essa vigile – a questo punto, davanti a una casseruola che non smetteva di essere attenzionata e che non lo è stata mai fino al momento del pranzo, altro momento topico e da messa cantata della famiglia riunita. Nel particolare, gli alti canti sono soprattutto quelli di Olga, che dopo mezzogiorno comincia a declamare con forza di avere fame, con tono sempre più alto; a un certo punto le orecchie e la pazienza cedono, e la si accontenta. Visti anche i banchettanti, non ci si poteva certo esimere da un menù casareccio, nel quale gli asparagi selvatici (è la stagione giusta) l’hanno fatta da padrone, colti il giorno prima nelle campagne sempre di famiglia. Al desco si è aggiunto anche lo zio (acquisito) Gianni, marito di Filomena, che per la pausa ha abbandonato il lavoro di potatura dei suoi ampi uliveti; porta anche il vino, pure quello di famiglia, e Olga si fa subito versare un mezzo bicchiere di bianco come “aperitivo”, dice. Gradisce, come tutto il resto, finale- dolce compreso che è una torta di mele, naturalmente preparata da Filomena “con le sue mani”. La pizza intanto cresce che è un piacere, e bisogna farla riposare prime della seconda lievitazione; quindi: Igea e Filomena vanno in campagna a raccogliere verdure, Olga va a fare “il riposino”, Milena resterà di guardia. Io ne approfitterei per sgranchirmi la mente, fra un tempo e l’altro. Ed è quello che provo a fare.

 

Scena seconda

Provo soltanto, perché dopo mezz’oretta, sorpresa!: arriva la terza zia, Giovanna, con sua figlia Stella, e vado ancora di precisione parentale: quest’ultima è la cugina di mia moglie Igea, e nipote di Olga (o almeno credo, più o meno: in casi molto meno complicati io mi sono già perso da tempo). Sono di passaggio da Roma per andare a Fabro, dove Giovanna trascorrerà le feste pasquali con figlia e famiglia; saputo dell’allegro convivio preparatorio non hanno potuto mancare all’appuntamento, e ne siamo tutti contenti. Esprimono la loro gioia alla grande Filomena e Igea, di ritorno dalla campagna con due sacconi di erbe che per me sono indistinti ma che sollevano gridolini d’ammirazione per la freschezza che trasudano. Dovrei aver smesso da tempo di pensare che certe verdure non nascono nei sacchetti dell’Esselunga e che non dev’esserci per forza qualcuno a coglierli, ma in fondo la penso ancora così meno quando mi trovo davanti a momenti del genere, che sono davvero belli e umiliano la mia cittadinitudine. Non si può nemmeno fare a meno di svegliare dal suo sonno giusto Olga, ché una riunione di quattro-cugine-quattro (lei, Filomena, Milena e Giovanna) più altre due-cugine-due (Igea e Stella) – formazione alla quale si possono prestare altri incroci del tipo. cugine-nipoti, madri-figlie, zie-nipoti e mi resta pur sempre il dubbio in che ruolo mi colloco io…) quasi non si verifica nemmeno più a Natale e a Ferragosto, quindi vado a scuoterla e la convinco a salire. Nell’aspettarla tutti restano assisi e in silenzio per far sì che la sorpresa sia totale, e lo sarà davvero: mia suocera è più che sorpresa, anche confusa e indubbiamente felice, e non capisce cosa ci fanno tutte lì, insieme, che non è nemmeno (ecco!) Natale o Ferragosto. Glielo spiegano che è colpa (o merito) della pizza di Pasqua, ma non è che a lei interessi molto, tanto la commozione le parte alla grande e coinvolge un po’ tutti, anche la parte personale-cittadino-nordica, che qualcosa del significato di “essere famiglia” ad altra latitudine lo ha imparato, traendone anche vantaggio e affetto diffuso. Il pomeriggio trascorre fra ricordi, lievito che fa il suo dovere e tisane dagli infusi strani, visto che finalmente Igea può offrire a piene tazze senza che nessuno abbia a risentirsene, anzi. Giovanna e Stella, ormai si è fatta sera, ripartono ed è il momento di rituffarsi nella seriosità del manufatto in crescita, e da quel momento le povere pizze – visto che tanto sforzo ne produrrà ben due – non si vedranno staccare gli occhi di dosso nemmeno per un attimo. Ma non solo: dopo la posa in forno e il loro depositarsi (s)finite, le pasqualpizze saranno anche infilate da stuzzicadenti giganti e pollici di ampiezza diversa per verificarne la consistenza, massa che incontrerà giudizi espertissimi e diversi varianti fra l’ottimo, “andava lasciata cuocere ancora un po’”, “no, va bene così, ma ci voleva ancora un altro po’ di zucchero, forse quello di canna non andava bene; cosa ti dicevo Igea?”, “secondo me il liquore non si sente abbastanza”, e ne cito solo alcuni.

 

Scena terza

Ormai è fatta. C’è solo da aspettare e sperare che, freddandosi, le pizze non si rovinino, e pare che sia così. Filomena decide molto a malincuore che può forse anche staccarsi dalle figliuole di mollica e crosta appena partorite. Lo fa con rammarico perché, si sa, la depressione post-parto può giocare brutti scherzi, ma assicura comunque che appena arrivata a casa telefonerà per conoscere l’esatto decorso, e aggiunge che lo farà anche la mattina successiva: succede esattamente così. Milena resta a vegliare le casseruole avvolte in panni amorevoli – scoprendole ogni tanto per lanciare sguardi quasi filiali al contenuto – fin quasi le dieci e mezzo di sera; la riaccompagnerò solo dopo essersi lei accertata del lavoro ben fatto, che le pizze godono di ottima salute e che – se ben conservate – arriveranno fino a Pasqua in perfette condizioni fisiche. Quando torno, prima di tornare a letto Olga ci chiede il perché di una giornata così concitata ancorché piacevole: “e quando mai mi ricapita di vedere insieme tutte le mie cugine, eh?”. Le diciamo ancora che è stato per fare le pizze di Pasqua, e lei ci saluta dicendo che siamo tutti matti. Non mi sento di darle torto. E’ quasi mezzanotte quando si stacca anche noi due: diciotto ore o giù di lì, da non dimenticarsi mai più.

 

Epilogo

A me le pizza di Pasqua non piace poi tanto, ma da tempo provo a farmela piacere, e una fetta non me la nego, anche per cortesia verso l’istituzione. Piace tantissimo, invece, il contorno che (appunto) muove: la mattina di quella domenica è in uso, da queste parti, la “colazione di Pasqua” che, oltra alla pizza (obbligatoria!) così accuratamente preparata, prevede uova sode e di cioccolato, salame corallina (non chiedetemi perché quello e solo quello: nessuno me lo ha mai spiegato in senso compiuto e accettabile), formaggio (la ricotta va alla grande), caffè, latte ma pure (ho scoperto da poco, anche se sulla nostra tavola si evita) vino e liquori. E’ un momento di grande unione, e può continuare fino all’ora del pranzo, che a Pasqua rappresenta un altro momento topico e magico d’eccellenza non solo gastronomica ma soprattutto familiare. E sarà proprio questo i momenti che più mi mancheranno quando non vivrò più da queste parti. Magari ci verrò apposta per l’occasione, che davvero ne vale la pena.

Da milanese imbruttito mi vien da pensare che il prezzo giusto di una pizza (anzi: Pizza) di Pasqua – così come l’ho vista nascere – debba essere commisurato in almeno cinque volte quello di un panettone da 10 chili acquistato da Cova la sera della viglia di Natale. E’ però forse meglio dire che semplicemente qualcosa del genere non ha prezzo, visto l’amore d’insieme che è capace di creare un evento così sentito e vissuto. Io, per fortuna, c’ero.

Ah, Buona Pasqua a tutti. 🙂

(nella foto, la Pizza di Pasqua realizzata nell’occasione: notare il colore ambrato il giusto e la consistenza soda e tosta: il tutto, da manuale)