Io e il Silvio, uniti nella patta

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L’episodio me l’ha ricordato il mio amico Ermanno, e l’ha raccontato durante la presentazione del mio libro a Niguarda davanti a tutti i presenti, qualche giorno fa. Certo che è davvero snob dimenticarsi un incontro così, e io che pensavo mi si potesse dir di tutto meno che darmi dello snob. Mah… Dunque, riporto quello che ha detto l’amico, sodale e collega Ermanno Accardi trasformandolo in prima persona, arricchito dei frames poi ulteriormente dissepolti dalla memoria e colorato come faccio nel mio stile solito; il tutto perché il protagonista sono io, e posso assicurare che è paro paro la verità, voli pindarici a parte: me lo sono rimembrato al meglio, e giuro che è andata – più meno – proprio così.

Ero vicino agli spogliatoi di San Siro per fare la cronaca e il tabellino, dopo una partita del Milan. Non posso giurarlo, ma mi pare fosse – sarà stato l’85 o giù di lì – una Milan-Roma (rete di Pruzzo sul finale e vittoria in trasferta dei giallorossi: bella soddisfazione per me, che se perde il Milan va sempre bene). Finisce la conferenza stampa del dopo-partita, e devo andare in bagno: novanta minuti più recupero e post-incontro senza un attimo di disattenzione valgono bene una pisciata chilometrica, o no? Vado in quello vicino allo spogliatoio dei calciatori di casa, entro e non c’è nessuno; guadagno il primo orinatoio disponibile proprio davanti e, con un senso di liberazione e intima (come altrimenti potrebbe essere?) soddisfazione, mi accingo alla deiezione con grande impegno manuale e mentale. Passa qualche secondo e la porta d’ingresso si spalanca con il rischio di rovinarmi anche esteticamente la funzione-minzione, e vedo di sottecchi un omone massiccio fare irruzione con un altro par suo che resta impalato all’ingresso; il primo controlla in ogni bagno non so cosa, si guarda tutt’intorno, mi vede e scruta con attenzione (me ne accorgo, me ne accorgo…) poi torna alla porta e dice a voce alta: “Libero!”. Penso si riferisca al fatto che a essere liberi sono i gabinetti, anche se mi sembra affermazione strana ed esagerata, tutto sommato, visto che lì dentro ci sono solo io. A quel punto sento entrare qualcuno, ma non ci faccio caso più di tanto, indaffarato parecchio come sono di mio, e anche chino il giusto come natura meglio comanda. Sento che quel qualcuno si affianca al buco in ceramica dove già mi trovo, e discrezione vuole non ci scappi nemmeno l’occhio, quantomeno subito: sono un tipo educato, in fondo. Ma come tutti gli uomini sanno, in casi del genere a un certo punto lo sguardo volge quasi in maniera naturale e pudica verso il vicino; avviene quasi per istinto automatico, anche per una sorta di destino comune che ha reso il compito che si sta eseguendo come necessario, così ci si sente un po’ complici e vicini, non solo fisicamente ma anche nell’agire. Fatto sta che capita proprio così anche stavolta, e devo solo abbassare un po’ la testa (neanche “un po’”: abbastanza, invece), ché il tipo a me affiancato lo sovrasto di almeno due incollature. Dopo un primo sguardo distratto e testa di nuovo girata ne lancio un altro, stavolta a occhi spalancati e increduli. Lì, alla mia destra (non poteva essere altrimenti!) c’è lui, il presidente del Milan, allora non ancora pure di tutto il resto! Sorpresona: sto pisciando a fianco di Silvio Berlusconi, che proprio come me, come un umano qualsiasi quindi, sta espellendo l’inutile e si libera di un peso liquido, giusto come faccio io, come farebbe qualsiasi essere umano. Mi sono sentito forte e ricco, in quel momento: puoi essere miliardario, potente e onnipotente, ma in situazioni come questa – quando pisci, caghi e via dicendo – siamo davvero tutti uguali, e a unirci è un cesso al muro, un liquido giallastro espulso in modo eguale e democratico con la stessa modalità maschia e distinguibile solo dal DNA se ce ne fosse bisogno, l’odore del deodorante a poco prezzo attaccato al tubo di ferro, l’ambiente spoglio e disadorno di un vespasiano da stadio, anche se eccezionalmente posizionato vicino al locale dei giocatori del Milan. Quindi, la pisciata intesa come “livella”, con la consolazione così che non è solo la morte a renderci tutti uguali, ma anche qualcos’altro, e che non occorre cantare come in un’osteria che “Chi non piscia in compagnia… “, e via di questo passo.

Non gliela canto, infatti, ma non posso fare a meno di girarmi verso di lui – anzi: “verso di Lui” – e sussurrargli a mezza voce: “Se lo dico alla mia mamma non ci crede!”, e mi metto anche a ridere di gusto. Non posso proprio dire che sorride anche lui, (sarebbe troppo pure con l’immaginazione), ché a quel punto termino l’operazione in fretta, quasi con un aumentato senso di pudore, e così non saprò mai qual è stata davvero la sua espressione. Spremendo la memoria non sono nemmeno riuscito a ricostruire se venendomene via e approfittando della sua impossibilità di brusca reazione gli abbia poi dato un’affettuosa e piccola pacca sulla spalle, che era assolutamente alla portata della mia mano, letteralmente. Ma visto che non ricordo di balzi degli omoni della sicurezza verso di me, magari dettati solo da motivi igienici e non allargati al delitto di lesa maestà, devo dedurre che non sono stato capace di osare tanto, e me ne dispiace. Non foss’altro perché si sarebbe trattato di azione di indomito coraggio verso il personaggio che poi sarebbe purtroppo diventato, passando da semplice presidente del Milan a imperatore di tutti noi prima di cadere nella polvere, come ad ogni tiranno che si rispetti capita puntualmente. Ho perso così la possibilità di togliermi una grandissima soddisfazione – mi capiranno in molti, di certo – della quale potermi fregiare con grande onore, a posteriori. In maniera così “compiuta”, l’antico atto temerario avrebbe suscitato in futuro anche l’ammirazione di figli e nipoti, che però avrebbero anche potuto non crederci. Come del resto ha giusto fatto mia mamma, allorquando le riportai l’episodio reale, nudo e crudo, la sera stessa. E ci avrei scommesso: non solo quella volta, ma per tutta una vita è andata ripetendomi che dovevo smetterla con le fantasie, e che così non sarei mai andato molto lontano. Come darle torto, del resto, se non sono nemmeno stato capace di buttarmi prontamente ai suoi piedi quella volta invece di star qui a immaginare improbabili azioni malsane, e chiedergli quantomeno una carezza sulla testa o almeno una piccola indulgenza plenaria: gesti suoi delicati e miracolosi che ne sarebbero senz’altro seguiti e sarebbero stati capaci, da quell’incontro al cesso, di cambiare il mio invece dimesso destino attuale, per tutto il resto dei miei giorni a venire?

 (grazie all’altrettanto amico Roberto Cernigoj che, udita vivo live la storia dalla bocca dell’Ermanno, mi ha inviato immagine e parole di Gaber che trovate qui a contorno. Se Berlusconi rimembrasse anch’esso l’episodio, scoprirebbe così di aver fatto – almeno una volta nella vita – anche lui qualcosa di sinistra. Al pari di un D’Alema qualsiasi)