A Niguarda, per un tuffo in un passato che è rimasto quasi uguale

Non potevo, trovandomi a Niguarda per la presentazione del libro (nel mio quartiere, finalmente!) in via Hermada, evitare un’incursione veloce all’oratorio San Martino, che di quel libro – oltre che della mia vita – rappresenta un capitolo importante. Saranno più o meno solo quattrocento metri di distanza, e non è stato senz’altro un caso se sono arrivato con un po’ d’anticipo: dentro di me lo sapevo che volevo fare quel “viaggio”. L’oratorio si trova in fondo, e giusto lì finisce la strada; ci troverò la chiesa e, a fianco sulla destra, l’entrata di quello che è stato uno dei posti più importanti della mia gioventù. Pur se brevissimo, è stato un vero e proprio viaggio nella memoria e nel tempo, che sembrava non essersi praticamente mai mosso da quando ero bambino. Mi è balzato subito agli occhi che è rimasto tutto uguale, meno la cascina che era all’angolo fra le vie Ornato e Passerini. Quel pezzo di storia in muratura, colori e odori (come dimenticare quello dei cavalli e del fieno, ogni volta che ci si passava davanti?) è stato semplicemente raso al suolo, spazzato via, e adesso è recintato con il plasticone rosso, senz’altro in attesa di costruirci qualcosa. Mi ricordo che già allora era una delle poche cascine “antiche” rimaste, con la Peliscera dov’era nato mio padre – che stava, e magari sta ancora, dietro l’ospedale – e quella del Giuan matt, in fondo alla via Adriatico. Dato che pare fresca di recinzione la zona, dev’essere successo da poco che è stato compiuto lo scempio e in fondo è durata anche troppo, visto come corrono adesso i nuovi insediamenti.

Superato quel punto che, di fatto, segnava (e forse un po’ segna anche adesso) il confine fra la “zona rossa” (dei “comunisti”) e quella bianca (allora si chiamava dei “paulotti”) del quartiere, è rimasto pressoché tutto molto uguale. Uguali anche le serrande vecchie dei negozi, il profilo delle case e il contorno della scuola elementare Vittorio Locchi poco più avanti, che godeva di un sorta di extraterritorialità fra le parti; nel momento che ci son passato era in corso una specie di festa testimoniata dai colori dei disegni dei bambini appesi all’esterno e dalle voci allegre, ma non ho avuto cuore di entrare: in fondo ci ho passato cinque anni, e nemmeno fra i più belli (e guardando dentro mi è anche venuto un po’ di mal di stomaco). Poi i giardinetti sulla destra con la latteria schiacciata al muro: il Fabietto, figlio della proprietaria, era un mio amico un po’ pazzo patito per la musica rock e suonava la batteria, rideva sempre e sembrava (sembrava?) schizzato; sono sicuro che è rimasto lo stesso, con tutte queste sue manie e modi di essere, anche a cinquanta o giù di lì suonati.

Sul piazzale della chiesa, la delusione: il cancello dell’oratorio è chiuso, e poi mi dirà mia sorella che adesso lo aprono solo dopo la messa delle dieci; la Mariella butta lì che è così da sempre, ma dissento con decisione: alla messa delle 10 per un bel periodo io facevo quasi sempre il chierichetto, e prima e dopo giocavo al pallone là, quindi è un’innovazione (pessima) introdotta negli anni a venire. Ed è “novità” che non mi piace mica, visto che adesso mi impedisce anche la visita che faccio comunque in media ogni cinque anni, da quando me ne sono andato dal quartiere, momento che mi permette sempre di constatare de visu che dentro non è cambiato niente di strutturalmente serio, a parte l’abbattimento della divisione maschi-femmine fra i due spazi dedicati. Dovrò riprovare in altra occasione, e in fondo non mi dispiace sentirmi obbligato a tornare apposta per questo. Già che ci sono, e visto che alle 10 manca poco, entro anche in chiesa, questo sì per me evento attualmente eccezionale, a parte obblighi turistici e artistici che si presentano nel tempo. Non ci vedo niente di diverso se non il coro, che non sta più dietro l’altare diretto dal signor Pedrotti, ma è sulla sinistra della navata, e quelli che già stanno cantando e suonando (chitarre e pianola: impensabili un tempo!) mi sembrano molto meno impegnati di quello dei tempi andati, e più “casuali” nel loro ruolo. Ma mi sbaglio senz’altro, anche se c’è da segnalare che il gruppo messo in piedi allora del Pedrotti era un’istituzione di grandissimo rispetto e diffusione ben oltre i confini della cinta niguardese: non lo so per esperienza diretta visto che non c’ho mai fatto parte impegnato com’ero domenicalmente nel servir messa, ma sempre la Mariella (che era una voce di tutto rispetto in quel contesto), a richiesta, lo può senz’altro confermare. Esco in fretta poco prima dell’inizio della funzione perché mi sembra di essere un intruso: in fondo, ho da sempre avuto rispetto delle istituzioni e – fra l’altro – più di questa, a Niguarda, c’era poco altro allora, per dei ragazzini in rapida crescita. Uscito, vedo che sulla destra c’è ancora la croce di legno che venne fissata sul muro della casa del prevosto nel 1962. Me lo ricordo bene, perché quel viaggio sacro dall’interno chiesa al piazzale subito appresso l’ho fatto anch’io, sempre da chierico bardato, proprio insieme al prevosto del tempo, il terribile Don Macchi. Era una sorta di reliquia in legno ma non mi ricordo di che cosa e perché, e sono giusto passati 50 anni, e chissà se si preparano a festeggiare il mezzo secolo dalla sua posa: magari è sfuggito l’anniversario e così lo ricordo qui, se può essere utile.

Il ritorno verso l’Hermada è fantastico, perché incontro esattamente le stesse facce che facevano quella strada con me quando la facevo anch’io. Ad esempio, vedo la Fausta, che è una coetanea di mia sorella e adesso sembra sua nonna: la frequentazione del luogo sacro – che immagino per lei assidua e mai venuta meno, ricordando il personaggio – si vede che non favorisce più di tanto il mantenimento giovane della pelle e dei movimenti. Ma non solo lei: molti altri bambini di allora adesso adulti e più che adulti mi sfilano davanti, riaccendendo memorie ed episodi del passato. Quasi tutti li guardo fissi negli occhi, e quelli che fanno altrettanto restano sorpresi della mia attenzione, ma niente di più: non mi riconoscono – ed è meglio così – e nemmeno potrebbero, visto che sono loro ad aver lasciato tracce in me del nostro percorso comune, non certo il contrario. Meraviglioso lo scambio di occhiate con l’Emanuela, che era la figlia del proprietario del bar tabacchi a fianco della scuola elementare (che era anche un Inter Club, l’unico al quale mi sia mai iscritto!) e che adesso è un ristorante pizzeria; da adulta sapevo che aveva poi aperto a fianco una cartoleria, mi domandavo se fosse ancora così, e passando la vedo entrare in una macchina proprio lì davanti. Breve scambio di sguardi anche qui, e mi pare abbia indugiato quel mezzo secondo di più che testimonia dell’accorgersi del fatto, ma certo mi sbaglio; in ogni caso, il mio sorriso quando ho voltato la testa magari non le è sfuggito, e si sarà chiesta come mai. E’ stata una mia morosa, l’Emanuela, e una volta suo padre ci rincorse perché io guidavo il suo motorino sullo sterrato del Seveso da poco coperto, verso la via Filicaia – era un Ciao arancione, son sicuro – e lei stava seduta e allacciata in vita sul predellino dietro. Quando mi sono accorto di essere la vittima principale dell’inseguimento ho fatto appena in tempo a darmela poco eroicamente a gambe, con lui che urlava come un ossesso e poi se la prendeva con la figlia, scapaccioni compresi. Da quel giorno le è stato vietato incontrarci, ma adesso posso dire che qualche volta ancora lo facemmo lo stesso, in barba al papà: quasi quarant’anni valgono bene una proscrizione di reato minimo, e poi la storia è durata poco come tutti i filarini di quell’età, e pensa te che non ci siamo più visti fino a questa volta, e chissà se mai succederà ancora.

Finisce anche il viaggio di ritorno dove è previsto l’incontro, davanti alla sezione del Pd che una volta era del Pci, che si chiama nello stesso modo di allora (Rigoldi), dove era iscritto anche il mio papà (e il Roberto Camagni se lo ricorda bene, e mi darà di lui un ricordo molto bello, poco dopo) e dove proprio sarà lui, mio padre, a portarmi qui la prima volta, e da allora dopo ci andrò da solo, a giocare a boccette o nell’attesa di andare a San Siro con gli amici a vedere l’Inter: era quello il ritrovo fisso, in alternativa alla Croce Bianca della Val di Ledro, che diventerà anche luogo di diaspora riconosciuta, quando si vivrà in tanti il periodo da “estremisti di sinistra”, come ci chiamavano “quelli del Pci” con ben poco garbo. Rivedo gente “persa” da qualche decennio, e nominarli non serve perché è come se con loro fossero stati sul posto anche tutti quelli che non ci sono, e che comunque sono ben presenti, almeno nella mia mente. C’è giusto tempo prima dell’inizio per un caffè a quello che era il bar della Rosetta, che si trova(va) poco dopo svoltato sulla Ornato. Naturalmente la Rosetta non c’è più, ma l’Antonella Zanca mi dice che il caffè è ottimo, e l’omino del bar di una gentilezza squisita. Vero, e aggiungo che sembra di sentire anche il profumo della cioccolata con panna che la Rosetta ci serviva bollente al pomeriggio tardi, a noi che uscivamo dal cinema Imperia che le stava di fronte, dopo aver visto il film della domenica pomeriggio in galleria finalmente arrivato anche in quarta visione da noi (in verità, ci si andava soprattutto per limonare e anche poco altro, e quante volte ci son stato per quello con la Maria Rosa!) ma che sembrava di essere in platea in uno dei cinemascope (il massimo del tempo erano quelli) del centro di Milano. Mi dicono che l’Imperia non c’è più, ma io non ci credo, e non bastano le insegne ben visibili di una banca al posto della scritta al neon di un tempo andato a convincermi del contrario: lì c’è l’Imperia, e tutt’intorno c’è la mia Niguarda. Come me la voglio ricordare, e nessuno può provare a convincermi del contrario pensando che io ci possa mai cascare ieri come oggi. E anche domani, già che ci siamo.